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Miti a Metà – Tra calcio e partito non mettere il dito: Ferenc Deák

Ferenc Deák
Ferenc Deák

Per l’undicesimo numero della rubrica “Miti a Metà” faremo un tuffo nel passato in bianco e nero del calcio del secondo dopoguerra ricordando le vicende e le gesta che hanno contraddistinto la vita e la carriera di Ferenc Deák, estromesso da una delle selezioni nazionali più forti di sempre (l’Ungheria dei primi anni cinquanta) per ingerenze extra calcistiche.

Il fragore delle bombe era ormai assordito ma le città, le campagne e le strade di tutta Europa recavano ancora evidenti le tracce profonde della guerra; paradossalmente, tra miserie e macerie, il football del Vecchio Continente visse, negli anni Quaranta e Cinquanta, un’epoca di fulgido splendore: tra i “masters” inglesi d’oltremanica (con la grande generazione di Billy Wright e Stanley Matthews) e l’Italia del Grande Torino, la raffinata scuola austriaca e la solida tradizione di Svezia e Danimarca, spiccò una irripetibile generazione di fenomeni: quella ungherese che nella prima metà degli anni Cinquanta formerà una delle nazionali più forti di tutti i tempi, tanto da meritarsi l’appellativo di Aranycsapat, ossia Squadra d’oro, tale e tanto era il talento di quella ineguagliabile selezione di fuoriclasse.

Grosics, Buzanski, Lantos, Lorant, Bozsik, Zakarias, Toth (Budai II), Kocsis, Hidegkuti, Puskas, Czibor; questi, dall’uno all’undici, i protagonisti dell’epoca d’oro del calcio magiaro, molti dei quali ai più diranno poco o nulla ma che hanno formato una delle compagini più spettacolari della storia del football europeo. L’artefice di questo fenomeno fu Gustavz Sebes, ex Vice-Ministro per lo Sport e, dal 1949, Commissario Tecnico della Nazionale Ungherese, oltre a fedele pedina del Partito Comunista che si era istallato al vertice della dittatura filo-sovietica assurta al potere dopo la seconda guerra mondiale. Sono anni in cui pallone e partito vanno a braccetto: lo stesso Sebes, dopo il proprio insediamento, vara una riforma del movimento calcistico magiaro associando i club più prestigiosi alle maggiori istituzioni nazionali: il Kispesti diventa l’Honved – dal nome dell’esercito dell’impero austro-ungarico, letteralmente “difesa della patria”– ossia, la squadra dell’Esercito. Allinearsi all’ideologia di regime poteva essere di vitale importanza nell’Ungheria di quegli anni; i calciatori, però, godevano di un leggero margine di condiscendenza: alcuni erano fedeli al partito, altri invece tiepidi sostenitori e c’era chi proprio non ne voleva sapere di abbracciare un’ideologia che, in verità, come a molti connazionali, proprio non andava giù.

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Una formazione del Ferencvaros del 1949: in piedi Deak, Rudas, Budai, Kocsis, Kispeter, Szabo, Dekani, Czibor. Accosciati: Henni, Lakat, Meszaros

Tra questi, Ferenc Deák,(nato a Budapest nel 1922) straordinario attaccante, gran fisico, tecnicamente non eccelso ma implacabile di testa e rapace opportunista dell’area di rigore; uno dei più prolifici bomber degli anni Quaranta (capocannoniere del massimo campionato ungherese nel 1949 -anno dell’ultima apparizione in nazionale- con qualcosa come 57 reti siglate tra le fila del glorioso Ferencvaros laureatosi campione d’Ungheria) che finì, a soli 26 anni, escluso senza appello dalle convocazioni in nazionale, in cui aveva esordito nel 1946 e con la cui maglia, in tre anni, aveva collezionato 29 reti in sole 20 presenze (compresa una quaterna nel 9-0 alla Bulgaria il 17 agosto del ’47 durante la Coppa dei Balcani). A Deák non bastò neanche l’omonimia con un famoso politico magiaro del diciannovesimo secolo per evitare l’estromissione dalla nazionale nonostante fosse stato probabilmente il miglior bomber ungherese del dopo-guerra: con la maglia dello Szentlőrinci (trascinata a suon di gol dalla terza alla prima divisione magiara), siglò 66 reti in 34 incontri nella stagione 1945/46 con una media gol (1.9 a partita) che costituisce tutt’ora un record imbattuto, superato, solo per numero di reti da Leo Messi e Gerd Muller. Per le due stagioni successive, con 48 e 41 gol, si confermò il miglior marcatore d’Europa. Alla sua seconda stagione al Ferencvaros, nel 1948-49, arriva il primo (e unico) titolo nazionale magiaro, grazie anche alla caterva di gol che Deák, detto “Bamba” (o “Dimbo”, che in ungherese significa “tardo”, “fesso”, per il suo peculiare modo di partecipare al gioco: stazionare nel cerchio centrale di metà campo, completamente avulso dalla manovra, salvo poi fiondarsi in area di rigore per punire implacabilmente i portieri avversari) manda in fondo al sacco: a fine stagione saranno ben 59 i gol, che gli varranno il terzo titolo di capocannoniere del campionato dopo quelli del ’46 e del ’47. Verrano poi gli anni in cui a dominare la scena sarà l’Honved di Puskas, e il Fradi (così i tifosi chiamano il Ferencvaros, la squadra del nono distretto di Budapest), che schiera anche un giovane Sandor Kocsis e il grande Zoltan Czibor, vincerà due soli campionati nei successi undici anni. Dopo lo splendido exploit del ’46 arriva l’esordio in nazionale, anch’esso esaltante: il 6 ottobre del 1946, in un’amichevole giocata a Budapest contro l’Austria, il centravanti del Szentlőrinci segna nel giro di mezz’ora la doppietta che decide la gara (vinta 2-0 dai magiari).

Verso la fine del decennio, dopo aver toccato l’apice della propria carriera, Deák imbocca mestamente il viale del tramonto; l’esclusione dalla nazionale 1949 (gioca la sua ultima gara contro la Svezia, in amichevole  segnando un gol nel secondo tempo) segna l’inizio della fine: con la nomina a C.T. di Sebes da una parte (che di lì a qualche anno avrebbe “inventato” il “centravanti arretrato”) e le accuse di spionaggio dall’altra, probabilmente fatte circolare a causa dell’idiosincrasia nei confronti del regime, (che sarebbe esplosa in tutto il suo fragore nella Rivoluzione del ’56) posero fine alla carriera internazionale di Deák.

L’episodio che, con tutta probabilità. però segnò l’inizio della fine della carriera di Bamba risale al 1950: dopo aver scazzottato con due agenti della polizia segreta di stato in un bar, il regime gli presentò il conto: o la galera, o lasciare il Fradi per giocare all’Ujpest Dosza (la squadra del Ministero degli Interni). Ca va sans dire, scelse la seconda. E addio Mondiali e squadra d’Oro. Rimpianti? Parecchi, a sentire lo stesso Deák: “Parliamo di tanti anni fa…quando rivedo le repliche del 6-3 all’Inghilterra, preferisco girarmi dall’altra parte. Mancai anche alle Olimpiadi del ’52”

Oramai appesantito da alcuni infortuni, Deák ripiegò in compagini minori (Budapest Dosza, Capire VM e Spartakus e Siofok) prima di appendere le scarpette al chiodo nel 1954, con l’invidiabile score di 576 reti (o forse più), sesto nella classifica cannonieri All Time, davanti a gente come Di Stefano e Puskas. A sancire la grandezza di questo splendido fuoriclasse arrivò, nel 2000, due anni dopo la morte, il conferimento postumo dell’Hungarian Heritage Award.

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