Home Calcio Europeo Champions: Guardiola & Mourinho e la legge del contrappasso

Champions: Guardiola & Mourinho e la legge del contrappasso

La stagione scorsa, più o meno di questi tempi, il Bayern Monaco si ritrovava in finale di Champions League dopo aver inflitto un 7-0 complessivo (4-0 a all’Allianz Arena e 3-0 al Camp Nou) al Barcellona, sopraffatto non solo sul piano del risultato, ma anche (se non soprattutto) su quello del gioco. Un’anno dopo, in un clamoroso contrappasso, i bavaresi sono stati sbattuti fuori dalla Coppa a seguito di una sconfitta per 4-0, patita, proprio in casa, dal Real Madrid.

Il Chelsea invece, che un anno fa navigava in tutt’altre acque (l’Europa League, poi vinta), si è vista sfuggire dalle mani, lentamente, ma inesorabilmente, la terza finale di Champions degli ultimi sette anni, al cospetto di un Atletico Madrid che, nel complesso, è parso meritare di più rispetto ai londinesi.

TIKI-TAKEN AL CAPOLINEA? – No. Il Tiki-Taka, o “Guardiolismo“, se preferite, nonostante la scoppola in Champions subita dal Real Madrid (che comunque è una signora squadra), al termine di questa stagione, guadagnerà ai bavaresi un titolo nazionale, un Mondiale per Club, una Supercoppa Europea e, in caso di successo sul Borussia Dortmund, una Coppa di Germania; totale: quattro trofei. Alla luce di ciò, declamarne il de prufidis pare francamente eccessivo; resta però la sensazione che nella stagione del Bayern Monaco qualcosa non abbia funzionato a dovere e che non tutti gli ingranaggi della complessa organizzazione tecnico-tattica imposta dall’allenatore catalano si siano incastrati nella maniera corretta. Per farla breve, non è tanto un problema di idee quanto piuttosto di uomini: Guardiola, calcisticamente nato e cresciuto nel Barcellona sia da calciatore che da allenatore, ha fondato le fortune sue e dei blaugrana su una generazione di fuoriclasse già mentalmente predisposti a quel paradigma di calcio; in pratica tecnico e giocatori, indottrinati dello stesso principio di gioco, si sono ritrovati sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda: una saldatura a dir poco perfetta che ha generato una delle squadre più spettacolari e vincenti di sempre.

Al Bayern, di contro, si era imposta un’idea di calcio molto diversa: organizzazione, solidità, aggressività e pragmatismo, senza però sacrificare la qualità di interpreti del calibro di Ribery e Robben. L’annata piglia tutto della scorsa stagione ha ulteriormente complicato le cose: rispetto ad Heynckes, Guardiola rappresenta un’avanguardia calcistica talmente peculiare il cui impatto è stato assorbito a fatica; alcune ostinazioni tattiche (il falso centravanti) e certe forzature (Lahm mediano) hanno finito per snaturare lo spirito dominante della squadra. E così, come il Bayern pareva aver chiuso il ciclo del Barcellona con quel 4-0 un anno fa, così lo 0-4 del Real Madrid parrebbe aver fatto lo stesso con il tiki-taka: il contrappasso è servito.

SEMIFINAL ONE – Il copiright è di Marca.com e sintetizza al meglio la “maledizione” del portoghese, sconfitto per ben quattro volte in semifinale di Champions alla guida del Chelsea; nei giorni in cui è divampato il dibattito sul difensivismo quasi oltranzista delle sue squadre, anche Mourinho è rimasto vittima di un perfido contrappasso: dopo aver battuto il Liverpool con una difesa inespugnabile (e due contropiede), si è visto eliminato dalla Champions nonostante uno schieramento persino più conservativo di quello proposto ad Anfield: contro l’Atletico, non è bastato scendere in campo con Azpilicueta all’ala per contenere l’ondata biancorossa degli uomini di Simeone, che hanno sbancato Stamford Bridge con la forza delle idee e del gioco, due cose che sono parse mancare ai Blues, non solo nel doppio confronto con gli spagnoli, ma anche nel corso dell’intera stagione. Con il suo magnetismo, inoltre, lo Special One, distrae l’attenzione da ciò che accade in campo: pochi infatti si soffermano su quanto male abbia giocato la sua squadra, non solo al Calderon, ma anche contro il PSG (eliminato più dal proprio braccino corto che altro); nonostante gli investimenti e l’indiscutibile qualità della rosa, il tecnico portoghese si ostina a proporre un calcio tattico, bloccato e speculare, puntando sull’estro dei singoli nonostante abbia tutti i mezzi per imporsi sugli avversari in maniera straripante, come sapeva fare la sua Inter.

Come molti colleghi allenatori hanno sottolineato, difendersi di per sé no è un difetto o una colpa: ma farlo a prescindere, anche quando le dinamiche di un doppio confronto richiedono altro, è sicuramente meno plausibile. Stavolta, “the bus in the box” non è servito.

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