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Miti a Metà – La Cabeza Magica dall’Everest: Alberto Spencer

Alberto Spencer con la maglia del Penarol
Alberto Spencer con la maglia del Penarol

Per il suo 28esimo numero, la rubrica Miti a Metà racconterà la vita e le gesta del più grande calciatore ecuadoriano di tutti i tempi, uno straordinario centravanti che ha scritto la storia del calcio sudamericano a suon di gol e di record: Alberto Spencer.

Figlio di un giamaicano di origini britanniche, Alberto Spencer Herrera nacque il 6 dicembre del 1937 ad Ancon, una parrocchia rurale della provincia di Guayas; iniziò a giocare a calcio sui campi polverosi di questa piccola provincia dell’Ecuador sud-occidentale che volge lo sguardo all’Oceano Pacifico, prima che il fratello maggiore Marco, giocatore dell’Everest di Guayaquil -principale centro metropolitano della provincia- lo aggregasse a El Equipo de la Montaña. Esordisce nel 1953, a soli 16 anni. Giocherà 6 stagioni in rossoblu: lo score sarà di 101 reti realizzate in sole 90 presenze, con una media realizzativa ben al di sopra del gol a partita. Ormai maturo per palcoscenici più prestigiosi, nel 1960 Spencer passa al Penarol di Montevideo.

Un giovanissimo Alberto Spncer con la camiseta dell'Everest
Un giovanissimo Alberto Spncer con la camiseta dell’Everest

Sul come i gialloneri abbiano scovato (e poi ingaggiato) Spencer nei meandri del misconosciuto campionato ecuadoriano di fine anni 50′ esistevano diverse versioni; Hugo Bagnulo, tecnico del Penarol tra il 1958 e il 1959, ne rivendicò il merito in un’intervista del 1979: “L’ho portato io al Penarol: vidi questo nero alto e magro che prima mancò un gol, poi seminò tre argentini e segnò un <<golazo>>”; l’occasione è il quadrangolare d’inaugurazione dell’Estadio Modelo di Guayaquil (oggi chiamato Modelo Alberto Spencer) del 24 luglio 1959: vi partecipano il Barcelona SC -la squadra di casa in cui Spencer gioca in prestito- il Penarol, l’Emelec e l’Huracan, gli argentini di cui parla Bagnulo.

Chiesi chi era, mi dissero che si chiamava Spencer” -aggiungeva l’ex allenatore giallonero – “Nella seconda partita contro il Barcelona, poco dopo l’inizio, eravamo sull’1-1 e questo moro ci fa gol entrando in porta col pallone in testa. Avevamo visionato Ortega, un argentino del Barcelona; a fine partita chiedemmo di parlargli e di sera andammo in Hotel per portare al Penarol lui e Spencer”.

Bagnulo, in realtà, pare fosse più interessato al Pibe Ortega che non all’ecuadoriano; nel gennaio del 1960, Juan Lopez Fontana, ct della nazionale dell’Ecuador (ed ex ct dell’Uruguay campione del mondo nel ’50) fa pervenire alla dirigenza giallonera questa più che lusinghiera recensione: “Spencer è un grande calciatore, giovane, che può occupare tutti e tre i ruoli dell’attacco. Tenete a mente che il Real Madrid ha già messo gli occhi sul giocatore e che non baderà a spese“. Il presidente del Penarol Gastón Güelfi si reca in Ecuador a fine gennaio con un’offerta da 10.000 dollari: l’Everest (a cui il Nacional di Montevideo ne offre 12.000) accetta e l’affare è fatto.

Il 22 febbraio 1960 Spencer sale sul volo che lo porterà dal piccolo aeroporto di Guayaquil a quello di Carrasco a Montevideo: scende dall’aereo solo, con un borsone in una mano e il portafogli nell’altra. Ad attenderlo, il presidente Güelfi (in carica dal ’58 al ’72) assieme all’addetto stampa. Attilio Garrido, noto giornalista uruguaiano dell’epoca, ricorda come Spencer venne presentato alla stampa quale “la speranza del Penarol“. La storia dimostrerà che raramente speranze furono meglio riposte.

Due settimane dopo, l’8 marzo, segna una tripletta agli argentini dell’Atlanta nella sua gara d’esordio, preludio ad una prima stagione trionfale, in cui il Penarol centra sia la vittoria del campionato (allo spareggio contro il Cerro, battuto 3-1 anche con un suo gol) che della prima edizione della Copa Libertadore. Si tratta di un torneo continentale aperto a sole 7 squadre, rappresentanti di Argentina, Brasile, Cile, Uruguay, Colombia, Bolivia e Paraguay;  Spencer realizzò 7 gol in altrettante partite laureandosi capocannoniere del torneo. Dopo la quaterna rifilata ai boliviani del Jorge Wilstermann (travolti 7-1) nell’andata dei quarti di finale, Cabeza Magica firmò la doppietta decisiva nello spareggio di semifinale (vinto 2-1) contro gli argentini del San Lorenzo e il gol dell’1-0 che permise ai Girasoli di piegare la resistenza dell’Olimpia di Asuncion nella finale d’andata. L’1-1 del ritorno permise ai ragazzi di Scarone di vincere la coppa.

Il Penarol che vinse la prima Libertadores Alberto Spencer è il secondo accosciato da destra
Il Penarol che vinse la prima Libertadores: Alberto Spencer è il secondo accosciato da destra

Nella stagione seguente il Penarol centra il tris campionato-Coppa Libertadores-Coppa Intercontinentale, altra primizia a tinte giallonere: nella doppia finale contro il Benfica, gli uruguagi si impongono al replay, vinto per 2-1, dopo l’1-0 di Lisbona (Coluna) e il 5-0 di Montevideo (doppietta del nostro). Il contributo di Spencer è notevole: 18 gol (in 18 partite) di campionato, che gli valgono il titolo di capocannoniere e 3 gol (di cui uno in finale) nelle quattro gare di Copa.

Nel 1962 Scarone lascia il posto in panchina Bela Guttman, poi sostituito da Anselmo. Gli Aurinegros vincono il quinto campionato di fila ma in Copa si devono arrendere al Santos di Pelè in finale, benché solo allo spareggio (vinto dai brasiliani per 3-0); Spencer va in gol in entrambe le finali ed è capocannoniere ex aequo con 6 reti assieme a Coutinho e Raymondi.

Il ’63 è un’anno povero di soddisfazioni: la squadra, affidata alla guida del leggendario Maspoli, si arrende al Boca Juniors in semifinale di Libertadores e perde, di un punto, il campionato a favore dei cugini del Nacional. Per Spencer, i gol sono solo 14, di cui ben 5 rifilati alla sua ex squadra, l’Everest, demolito per 9-1 il 7 giugno del ’63 nell’andata dei quarti di finale di Copa. Dal 1964 (anno in cui raccoglie solo 6 presenze) al 1970, il Penarol vince il campionato nazionale altre quattro volte con Spencer capocannoniere sia nel ’67 che nel ’68.

Nel mentre, i Girasoli di Montevideo mettono in bacheca la terza Copa Libertadores, grazie ai gol, pochi ma buoni, di Cabeza Magica: il centravanti ecuadoriano gioca solo la finale di ritorno contro il River Plate (segnando il gol del momentaneo 2-2) dopo aver saltato l’andata. La contesa si prolunga al play-off, giocato a Santiago del Cile: con i Millonarios avanti per 2-0, Spencer mette a segno prima il gol che riapre la gara, e poi quello che completa la rimonta aurinegra, a 3′ dal termine del primo supplementare, prima che Pedro Rocha, vice capocannoniere con 10 gol, metta a segno il 4-2 finale. Dopo un’altra stagione, fatta di 30 presenze e 19 reti, Spencer lascia i gialloneri e torna in patria, per giocare due anni con il Barcelona di Guayaquil (1971-72): segna 19 gol in 37 partite e porta a casa il primo titolo nazionale ecuadoriano in carriera nel ’71.

Il passaggio dal campo alla panchina fu sostanzialmente trascurabile: meno di un decennio, speso tra Ecuador, Uruguay e Paraguay (il Guaranì fu il suo ultimo club, nel 1982), senza acuti memorabili. L’IFFHS ha inserito Alberto Spencer tra i migliori 20 giocatori sudamericani del XX° secolo; si è spento a Cleveland, negli Stati Uniti, il 3 novembre 2006, per poi ricevere l’omaggio della sua terra natale e della patria adottiva (giocò 5 gare con la nazionale uruguaiana): l’ultimo tributo ad un grande uomo, apprezzato e stimato prima per le qualità umane che per le doti tecniche fuori dal comune.

 

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