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Miti a metà – L’highlander del gol con il mito del Brasile: Kazu Miura

Kazu Miura
Kazu Miura (Verdy Kawasaki)

Per il suo trentesimo numero, la rubrica Miti a Metà si regala un’escursione in Oriente, spingendosi fino al paese del Sol Levante per narrare la vita e la carriera -ancora in corso- di uno dei principali protagonisti dello sviluppo del calcio giapponese degli ultimi decenni: Kazuyoshi Miura.

Se considerassimo solo il suo fugace passaggio in Italia, Kazu Miura sarebbe solo un altro nome ad aggiungere al lungo elenco di meteore straniere (per non dire “bidoni”) transitate nel campionato del Bel Paese. La sua storia, invece, avventurosa e romanzesca, è anzitutto quella di chi, a sfregio delle difficoltà, è riuscito a coronare il proprio sogno.

Quando il 27 luglio 1994 Miura sbarca alla Malpensa da nuovo giocatore del Genoa, in patria è già un idolo delle folle. Le prodezze sul terreno da gioco e la storia del suo lungo e tormentato praticantato in Brasile lo hanno reso il modello ispiratore di un’intera generazione di giovani giapponesi, desiderosi di avvicinarsi al football che solo a inizio anni ’90 muove i primi passi verso il professionismo. In Italia, invece, Kazu Miura viene visto semplicemente come il fulcro di una corposa operazione (soprattutto) commerciale: il Genoa, infatti, intasca quasi 4 miliardi di lire (tra accordi di sponsorizzazioni e vendita di diritti tv) a patto di farlo giocare, a prescindere dal rendimento.

Kazu Miura con la maglia del Genoa: 21 presenze e un gol nel '94/'95
Kazu Miura con la maglia del Genoa: 21 presenze e un gol nel ’94/’95

Anche per questo, il patron del Grifone Aldo Spinelli, nel corso della conferenza stampa di presentazione dichiara ai giornalisti presenti, buona parte accorsi dal Giappone, che “Miura parte titolare” (anche perché, frattanto, tratta la cessione di Skuravy al Leeds). Dal canto suo, pur di giocare nel miglior campionato del mondo, il giapponese ha rinunciato a metà stipendio, (1.5 miliardi) mentre l’altra verrà pagata dagli sponsor (la Puma e la Suntory, una marca di whisky) così come il prestito al Genoa. Che si tratti di un’operazione più di marketing che tecnica, lo testimoniano anche le reazioni della stampa dell’epoca -“Ecco Miura, il samurai del Genoa: niente paura, paga lo sponsor”scrive il Corriere della Sera in edicola il 28 luglio- e degli addetti ai lavori: il generale manager del Genoa parlerà di “accordi commerciali” e “di forme intelligenti per ampliare i ricavi dall’indotto”. Franco Scoglio lo definirà “solo un bravo ragazzo”.

E il campo? Malgrado i buoni propositi (“Voglio imparare dai migliori e dimostrare il mio valore”) Kazu Miura colleziona ventuno presenze, per di più scampoli di partita piuttosto anonimi: il feeling con i compagni non decolla mai. Fin dall’esordio, il 27enne attaccante giapponese saggia la durezza del campionato italiano: alla prima, in casa del Milan, si frattura il setto nasale in uno scontro aereo con Franco Baresi dopo pochi minuti: resiste un tempo prima di farsi sostituire. Eppure, nel grigiore di una parentesi che durerà solo dodici mesi, Miura riesce a lasciare il segno: segna un solo gol ma sceglie l’avversario migliore: la Sampdoria. E’ il 12 dicembre e si gioca in casa dei blucerchiati. Al 14’ del primo tempo, approfittando di una sponda aerea, Miura brucia Viercowood sullo scatto e beffa Zenga in uscita con un tocco sotto di mezzo esterno, portando in vantaggio il Grifone. La gioia, però, è effimera: il Doria pareggia poco dopo e alla fine vince il derby per 3-2. Benché inutile, resta comunque il primo gol segnato da un giocatore giapponese in Serie A (e, in generale, in un campionato europeo). Ma non basta a guadagnarsi la conferma: alla scadenza del prestito, Kazu Miura torna in patria, ai Verdy di Kawasaki.

A questo punto, facciamo un passo indietro. Kazuyoshi Naiya nasce il 26 febbraio del 1967, a Shizuoka, prefettura tra Tokyo e Osaka in cui il calcio si è diffuso in netto anticipo rispetto al resto del paese. Anche in famiglia il football è di casa: il papà è funzionario della Shizuoka Football Association; lo zio Yoshiro gestisce un negozio di articoli da calcio ed allena una squadra giovanile. Non sono tutte rose e fiori però: i genitori di Kazuyoshi si separano quando questi frequenta ancora la quarta elementare: da allora, il ragazzo abbandona il cognome del padre Nobuo (anche per via dei suoi legami con la Yakuza, emersi in seguito) per adottare quello di sua madre Yoko: Miura.

Il piccolo Kazu però è uno scricciolo, lento e scoordinato; talvolta svagato e indolente, tanto che un giorno si becca un calcione da suo zio dopo un cross sbagliato. Viene sostituito e fa il giro del campo fino al termine della partita. Il trattamento sortisce però gli effetti sperati: Kazu inizia ad alzarsi all’alba per andare al parco in bici ed esercitarsi a palleggiare prima di colazione.

Kazu Miura con la maglia del Santos
Kazu Miura con la maglia del Santos

L’esercizio funziona ma ancora non basta. Allora, lo zio Yoshiro mostra a lui e a suo fratello Yasutoshi (più grande e più bravo) alcuni filmati dei mondiali degli anni Settanta. Fino ad allora, i giapponesi avevano preso a modello la Germania Ovest per la fisicità e il lavoro di squadra che ben si integravano con i paradigmi gerarchici e disciplinari della propria cultura. Il Brasile, in tal senso, rappresenta una assoluta novità: Kazu rimane estasiato da Roberto Rivellino, ed inizia a provare le finte che gli aveva visto fare in tv. “Se volete imparare il vero calcio, andate in Brasile” aggiunse lo zio: scocca la scintilla.

Mentre Kazu frequenta l’ultimo anno di scuola media, il padre è proprio in Brasile, a gestire una scuola calcio, e fa in modo di farlo ammettere alla CA Juventus. Appena 15enne, Miura attraversa l’Oceano e sbarca a San Paolo con in tasca i 700 dollari che gli ha dato la madre; si stabilisce nel dormitorio della squadra, in una piccola, squallida stanza infestata da pulci e zecche.

In campo non va meglio: non lega con i compagni e, per i primi sei mesi, gioca pochissimo, ma continua ad allenarsi e inizia a studiare il portoghese per integrarsi meglio. La situazione, però, non migliora: dopo due anni si trasferisce al Quinze de Jau, a 300 km da San Paolo. Persa, quasi, ogni speranza, Kazu telefona –per la prima volta- a sua madre: è stufo e vuole tornare in Giappone. Suo zio Yoshiro, informato della cosa, gli telefona a sua volta: “Non puoi tornare, hai promesso che saresti rimasto cinque anni”. Preso un bus fino a San Paolo per parlarne con il padre, incassa lo stesso trattamento: “Se sei così debole, allora tornatene in Giappone”.

Prima di lasciare il Brasile, Miura decise di visitare Rio de Janeiro e il Maracanà. Sedutosi in un parco, vede dei ragazzi che giocano in strada: quando ne scorge uno senza una gamba capisce quanto sia fortunato e decide di non arrendersi; si rimette in carreggiata e nel 1986 firma il suo primo contratto da professionista con il Santos.

Sei mesi e due sole presenze, abbastanza perché la stampa e la dirigenza lo boccino senza appello. Kazu inizia a girovagare per le serie minori brasiliane, in piccoli club che affrontano omeriche trasferte in autobus e pranzano solo in autogrill. Miura ritorna poi al Quinze. Nella sfida contro il Corinthians (campionato paulista), dopo aver mandato al bar Edilson –ex difensore della nazionale- realizza di testa il gol della vittoria (3-2): il giorno dopo, i giornali raccontarono la storia del “Karate kid del calcio”. Miura passa al Coritiba, prima di tornare al Santos; nel 1990 decide che il suo apprendistato in Brasile è finito ed è pronto a tornare in patria, dove il calcio sta svoltando verso il professionismo.

La famosa “Kazu dance” di Miura

L’impatto con il football di casa è tutt’altro che facile: gli anni in Brasile avevano fatto di Miura uno spiccato solista, mentre in Giappone il calcio era ancora visto anzitutto come gioco di squadra. L’insistenza nel dribbling e la costante ricerca della giocata spettacolare non piacciono né ai compagni né ai tecnici; risultato: 3 sole presenze al primo anno di JLS tra le fila dello Yomiuri Club. Ad ogni modo, Kazu Miura non tarda a mostrare le sue vere qualità: si guadagna ben presto l’appellativo di “King Kazu” il suo stile “brasiliano” manda in visibilio (specialmente) le fan, così come la celebre “kazu dance”, l’esultanza che accompagna ogni marcatura. Tra il ’92 e il ’93 si concentrano gli apici tecnici ed emozionali della carriera di questo highlander del gol: dopo aver vinto la Coppa d’Asia (1992) -la prima per il Giappone- nella stagione di lancio della JLS (1993) centra il double campionato-coppa ed è eletto MVP del torneo. In nazionale maggiore, dove ha esordito un anno prima, segna i gol che spingono la squadra affidata all’olandese Ooft ad un passo dalla prima, storica qualificazione alla fase finale di un mondiale (USA ’94), svanita all’ultimo secondo del match decisivo contro l’Iraq (2-2 con pareggio iracheno a pochi secondi dalla fine), passato alla storia come la Tragedia di Doha. 

Dopo il passaggio in Italia, Miura gioca in Giappone fino al 1998, anno in cui passa alla Dinamo Zagabria (12 presenze e 0 gol) con cui vince il campionato croato. L’ultima parentesi estera risale al 2005 (4 presenze e 2 gol al Sidney) prima di accasarsi a Yokohama, dove tutt’ora gioca e segna nella serie B giapponese (l’ultimo gol in ordine di tempo è del 28 giugno contro il Mito Hollyhock mentre questo in video risale ad aprile):

Fonti: Japanese Rules (S. Moffet), Tokyo Vice (J. Adelstein), Corriere della Sera (28-29 luglio 1994), kazu-miura.com

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