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Maestà olandese all’ombra del Vesuvio: Rudy Krol

Per il settimo numero della rubrica “Miti a Metà” ci occuperemo finalmente di un protagonista della storia del nostro campionato, alias Rudy Krol, elegante libero olandese che nei quattro anni trascorsi con la maglia del Napoli lasciò il ricordo indelebile del fuoriclasse pur mancando (di poco) la conquista del primo, storico scudetto della storia azzurra.

Da quasi venticinque anni, Napoli, nel mondo del calcio (ma non solo), fa rima con Maradona: il folgorante settennio del Pibe de Oro è stata una parentesi talmente eccezionale da legare indissolubilmente il nome del fuoriclasse argentino alla fama della squadra azzurra, oscurandone i (rarissimi) fasti passati e ponendosi come eterno termine di paragone per le future generazioni. Quella squadra, capace di imporsi in Italia ed in Europa, non nacque da un giorno all’altro ma fu il risultato di un processo iniziato già ad inizio decennio….

Napoli 1980-81 (1)
Una formazione del Napoli ’80-’81: in piedi da sinistra, Castellini, Bruscolotti, Ferrario,Nicolini, Krol, Musella. Accosciati, da sinistra, Marangon, Vinazzani, Speggiorin, Guidetti, Damiani

L’estate del 1980 -quella passata tristemente alla storia per il primo Calcioscommesse- vede l’Italia riaprire le frontiere del pallone: dopo la clausura imposta in seguito della debacle ai Mondiali del 1966, le società italiane hanno di nuovo la possibilità di acquisire calciatori stranieri (per ora uno soltanto). Si scatena così una frenesia esterofila che apre la caccia al fuoriclasse d’oltreconfine: arrivano alcuni campioni (Brady alla JuventusFalcao alla Roma), alcuni ottimi giocatori (Prohaska all’Inter) e qualche “bidone” (Luis Silvio alla Pistoiese). Il Napoli non sta alla finestra e, con un’intuizione dell’allora direttore generale Antonio Juliano, ingaggia il trentunenne Ruud Krol, prelevandolo dai canadesi del Vancouver Whitecaps, dove aveva disputato una prima parte di stagione. All’ombra del Vesuvio sbarca un campione, e la gente lo sa: all’arrivo in aeroporto, più di duemila tifosi salutano entusiasti l’asso olandese mentre nel giro di un paio di giorni un’impennata di abbonamenti fa incassare alla società quasi trecento milioni di lire. E’ amore a prima vista.

Rudolf Jozef Krol nasce ad Amsterdam il 24 marzo del 1949. Dopo due anni senza infamia e senza lode tra le fila dell’Ajax B, il tecnico dei lancieri Rinus Michels lo aggrega alla rosa della prima squadra per la stagione ’68-’69, in cui trova poco spazio. L’anno dopo, con la cessione del terzino sinistro titolare Theo Van Duivenbode al Feyenoord , Krol conquista il posto da titolare; pur essendo un destro naturale viene dirottato sulla corsia mancina vista la concorrenza con Wim Suurbier con il quale finirà per formare una coppia talmente affiatata da guadagnarsi il soprannome di “Snabbel & Babbel” (un po’ come Cip&Ciop). Siamo all’alba del periodo d’oro del calcio olandese: sta nascendo il calcio “totale” dei tulipani biancorossi che faranno incetta di trofei in patria e in Europa (tre Coppe Campioni tra il 1971 e il 1973) e tra i suoi protagonisti c’è anche questo elegante terzino, dal fisico possente e dalla tecnica sopraffina, in linea con una generazione di irripetibili fenomeni guidati dal genio di Cruyff in campo e Michels in panchina. Arriva presto anche l’esordio con la maglia della nazionale dell’Olanda (il 5 novembre del 1969, contro l’Inghilterra) ma non sono tutte rose e fiori: nel 1971, in una gara di campionato contro il NEC Nimega si infortuna alla gamba ed è costretto a saltare la finale di Coppa dei Campioni di Wembley contro i greci del Panathinaikos senza per questo far mancare il suo apporto, nei limiti del possibile: nonostante il gesso alla gamba si fa strada fino al tunnel che conduce al terreno di gioco per stare vicino ai compagni, che di lì a poco avrebbero portato a casa il primo di tre trofei consecutivi. Lo strapotere olandese in Europa non si limita alle squadre di club (il Feyenoord di Van Hanegem e Kinnvall aveva preceduto di un anno l’Ajax vincendo la Coppa dei Campioni ’69/’70 a Milano contro il Celtic) ma si estende, per riflesso, anche alla nazionale maggiore: all’inizio degli anni ’70, gli Orange schierano quella che molti considerano la miglior selezione di sempre (quella di Cruyff, Neeskens, Rep, HaanRensenbrink, Muren e Van Hanegem tanto per avere un’idea) nella quale si impone anche Krol, non solo per le qualità tecniche, ma anche per la spiccata personalità: nella Amsterdam trasgressiva e sessantottina di quegli anni  è difficile non farsi distrarre dalle tentazioni, soprattutto se si ha una lusinghiera nomea da tombeur de femmes (“Non era ne l’ala del PSV Eindhoven ne quella del Feyenoord la maggiore minaccia per Ruud, ma le dolci signorine dei quartieri di Amsterdam”, Michels dixit). Ad ogni modo, il nostro, resistendo alla diaspora che smantella lo squadrone del ’73 eredita la fascia di capitano dell’Ajax (a soli 25 anni) da Piet Keizer, ritiratosi dopo quindici anni in biancorosso. Gli anni passano, in patria si continua a vincere ma i fasti europei di inizio decennio sono un pallido ricordo, mentre la nazionale resta una pagina stregata: battuta dalla Germania Ovest nella finale mondiale del 1974 e dall’Argentina in quella del 1978 -in un’edizione che non avrebbe potuto avere esito diverso- l’Olanda perse il treno per la gloria e dopo l’eliminazione agli Europei italiani del 1980, si aprì una parentesi piuttosto grigia per gli orange; Krol decide che, sopraggiunta la trentina, i tempi sono maturi per l’avventura oltreoceano, sulla scia di tanti fuoriclasse che a fine carriera accettano le offerte dalla NASL, desiderosa di foraggiare la crescita del football negli Stati Uniti. Dopo 14 presenze con i Whitecaps di Vancouver, si presenta il Napoli che, grazie alla diplomazia di Juliano riporta Krol nel calcio che conta.

L’entusiasmo nella città di Partenope monta e a ragion veduta: in azzurro arriva uno dei pilastri del grande Ajax di inizio anni settanta il quale, nonostante avesse da poco imboccato il viale del pre-pensionamento, è ancora un giocatore in grado di fare la differenza, basta rimetterlo in sesto: ad occuparsene è il preparatore atletico dei partenopei Luigi Castelli, che fa lo fa allenare sui gradoni dello stadio San Paolo, da fare di scatto con addosso un copertone d’automobile, per riacquisire il tono muscolare. Le premesse per far bene ci sono: in panchina arriva Rino Marchesi che sposta l’olandese nel ruolo di battitore libero, alle spalle della difesa, sgravandolo da ruoli di marcatura e mettendolo nelle condizioni di impostare la manovra grazie al calcio potente e preciso con il quale innescava le punte Pellegrini e Musella. Gli esordi in campionato non sembrano essere all’altezza delle aspettative: pareggio (1-1) in casa con il Catanzaro e k.o. ad Ascoli. Alla 4^ il Napoli perde male a Milano contro l’Inter (3-0) salvo poi rifilare quattro gol alla Roma nel turno successivo. La squadra, comunque non decolla: alla 10^ il Torino passa al San Paolo per 3-1 e sembra profilarsi un’altra stagione di pallido anonimato dopo il 10° posto della stagione precedente. Dal quel momento in poi, però, arriva una sola sconfitta fino alla 25^ giornata, quando i partenopei espugnano per 1-0 la Torino granata. A cinque giornate dalla fine gli azzurri sono primi, in coabitazione con Juventus e Roma; Krol ha guidato la riscossa azzurra guadagnandosi l’ammirazione di un popolo che, colpito dal terremoto, prova a rifugiarsi nell’incanto del pallone, aggrappandosi al sogno di uno scudetto atteso da cinquantaquattro anni. L’olandese, che tutti ormai soprannominano “Il Divino”, ha conquistato il cuore di tutta la città: ogni angolo libero è buono per un murale o per una scritta “W KROL”; persino gli anti-abortisti ne sfruttano la popolarità coniando uno slogan che recitava:” Tifoso che voti, pensaci: e se la madre di Krol avesse abortito?“. Ogni meandro cittadino si drappeggia di azzurro e tricolore, si spera e si freme, il traguardo è lì, manca poco. La data cruciale è il 26 aprile 1981: al San Paolo (manco a dirlo pieno come un uovo) arriva il Perugia, penultimo e già retrocesso. Sembra un turno, almeno sulla carta, favorevole ai ragazzi di Marchesi, ma tempo 6′ e Ferrario infila Castellini con una goffa autorete; in teoria ci sarebbe tempo per rimontare ma il pomeriggio di grazia del portiere umbro (Nello Malizia, diventato uno spauracchio della storia azzurra) strozza in gola l’urlo degli 80000 presenti. Finisce 0-1, mentre la Roma impatta ad Ascoli e la Juve batte l’Udinese. Malgrado l’occasione persa, il Napoli è ancora in corsa: alla 28^ i partenopei passano a Como di misura mentre Juve e Roma fanno 0-0 al Comunale (nella gara rimasta celebre per il gol annullato al romanista Turone). Gli azzurri hanno un’ultima carta da giocarsi: lo scontro diretto della penultima giornata al San Paolo contro i bianconeri di Trapattoni: il 17 maggio la Vecchia Signora si impone di misura (1-0 gol di Vinicio Verza) e il sogno tricolore sfuma. Il primo campionato italiano di Krol è stato memorabile (e, per inciso, il buon Rudy non ha svestito i panni dello sciupafemmine: anche in riva al Golfo, torme di tifose ne pedinano gli spostamenti al volente della sua fiammante BMW) ma il presidente Ferlaino non coglie l’occasione per cavalcare l’onda e rinforzare la squadra. L’ex Ajax lascia Napoli nel 1984, dopo un 4°, un 11° ed un 12° posto, col menisco in disordine, proprio nell’estate in cui, alla fine arriva Diego. Il Divino depose lo scettro giusto in tempo per consegnarlo al più grande di tutti.

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