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C’era una volta – La leggenda degli Immortali: il Grande Torino

La formazione titolare del Grande Torino
La formazione titolare del Grande Torino

Nel celebrare le nozze d’argento per il suo venticinquesimo numero, C’era una volta rispolvera la storia, o per meglio dire la leggenda, di quella che forse è stata la più grande squadra italiana di tutti i tempi. Un racconto che ha malinconicamente intriso il titolo della nostra rubrica perché, effettivamente, c’era una volta, e purtroppo il verbo è coniugabile solo al passato, un’incredibile all-stars di campioni tinti di granata: il Grande Torino.

66 anni. Circa due generazioni. Chi è nato allora, oggi con molta probabilità sta stringendo a sé il proprio nipotino. E’ passato più di mezzo secolo dalla tragedia di Superga che ha interrotto traumaticamente il percorso della gloriosa squadra piemontese nell‘elite del calcio mondiale durante il dopoguerra. La favola del meraviglioso Torino si è conclusa drammaticamente nel 1949, ma per trovare l’inizio bisogna arretrare di un decennio esatto, quando un uomo lungimirante dalle idee chiare diventa il numero uno del club; un uomo che la novità la porta nel cognome: Ferruccio Novo.

L’ INIZIO – Il nuovo presidente, vecchia conoscenza, del Toro, con cui ha operato come calciatore prima e come socio poi, comincia la rifondazione partendo dall’assetto societario, circondandosi di persone competenti e curando minuziosamente i dettagli, in perfetta osservanza del metodo inglese. Il primo colpo è Franco Ossola, 18enne attaccante, destinato a diventare il primo pedone del magico scacchiere granata, mentre nella stagione successiva vengono ingaggiati il campione del mondo ’38 Ferraris II e Romeo Menti, le ali, e, direttamente dalla Juventus, Borel, Bodoira e Gabetto. Come ogni nuovo ciclo che si rispetti, i primi anni sono di semina e i risultati non sono immediati: dopo un deludente settimo posto, il Torino nel ’42 termina secondo dietro la Roma, uscendo dalla corsa tricolore a tre giornate dal termine contro il Venezia. Mai sconfitta fu più salutare per le sorti toriniste, visto che al termine di quella sfida, Novo in persona scenderà negli spogliatoi per trattare l’acquisto dei due elementi cardine dei veneti, Ezio Loik e Valentino Mazzola, che prenderà in mano le chiavi della squadra. In laguna, insieme ad una bella valigia di soldi, ci finiscono Petron e Mezzadra. Al Toro sono spuntate le corna e il rosso della passione e lì ad un passo.

LA SVOLTA – L’innovazione del Torino, prima che negli uomini, si verifica nella tattica. Novo, su suggerimento di uno dei senatori, Giacinto Ellena, viene persuaso ad accantonare il classico metodo, che privilegiava la fase difensiva, per adottare il moderno sistema e anche qui la mano inglese è decisiva, visto che il fautore di questo nuovo schema di gioco è Herbert Chapman, che rivoluzionò il mondo pallonaro alla guida dell’Arsenal durante gli anni ’30. In Italia, intanto, la lotta per il titolo è uno scontro che sfocia nell’ideologico: a contendere il primato ai ragazzi di Kuttic (sostituito poi da Antonio Janni nelle ultime 5 giornate, ndr), infatti, c’è la sorpresa Livorno, diretta da Ivo Fiorentini, fervente praticante proprio del metodo. La sfida, vietata ai daltonici, è granata vs amaranto. La Roma campione in carica esce subito di scena ma diventa un’alleata dei piemontesi alla quartultima giornata, quando infligge il decisivo 1-0 ai toscani; il Toro ringrazia e, dopo sette vittorie consecutive, espugna Bari grazie a Mazzola e va a prendersi il tricolore. Lo stesso Valentino, a fine maggio, dopo un cammino roboante senza subire reti (7-0 all’Anconitana-Bianchi, 2-0 all’Atalanta, 5-0 al Milan e 2-0 alla Roma) insieme a Gabetto (autore di una doppietta) e Ferraris II, decide lo spumeggiante 4-0 nella finale di Coppa Italia contro il Venezia, a cui viene restituito lo sgarbo della stagione precedente. Il trionfo è storico: il Torino è la prima squadra italiana a centrare il double.

Persistendo la seconda guerra mondiale, nel ’43-44 viene disputato un campionato di guerra, una sorta di torneo alternativo non riconosciuto come Serie A, vinto dallo Spezia (il Toro termina secondo nel triangolare finale, ndr) e la stagione successiva non c’è nessun torneo nazionale. Si torna a giocare nel 1945, con le squadre divise in due gironi geografici (Alta Italia e Centro-Sud), le cui prime quattro di ognuno andranno a disputare la finale nel girone unico. La squadra da battere è la più suggestiva di tutte, la Juve, che infligge la prima sconfitta (e la ripeterà in maniera speculare anche nel girone di finale, ndr) al Torino grazie ad un rigore dell’ex Silvio Piola, che aveva vestito il granata per qualche mese, per poi finire terza dietro al carro armato guidato dal nuovo allenatore Ferrero, capace di realizzare più reti e subirne meno di tutte. Il derby di ritorno lo vince il Toro grazie a Castigliano, uno dei nuovi arrivati insieme a Bagicalupo, di professione portiere, Rigamonti e il difensore arcigno Ballarin, il più costoso acquisto di Novo, pagato un milione e mezzo per prelevarlo dalla Triestina. In quel campionato ha preso veramente forma il Grande Torino, che dopo un duello infinito, vince il torneo nazionale finendo un punto sopra i bianconeri nel tabellone finale grazie al 9-1 rifilato alla Pro Livorno mentre la Vecchia Signora inciampa a Napoli. Arriva il secondo successo italico dei granata.

LA LEGGENDA – Bagicalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II. Aggiungendo i preziosi ricambi Ossola e Martelli, che partono dalla panchina perché si può giocare massimo in 11, per gli anni a venire questo è lo schieramento tipo della squadra più forte in Italia e tra le migliori sul pianeta. L’allenatore della Nazionale bi-campione mondiale in carica, Vittorio Pozzo, lo prende in blocco, togliendo Bagicalupo e aggiungendovi Sentimenti, e lo schiera in campo nella prestigiosa amichevole dell’ 11 maggio contro l’Ungheria di Puskas (in rete insieme a Szusa, ndr) vinta dagli azzurri 3-2 grazie ad un doppio Gabetto ed al guizzo di Loik nel finale. E’ un record per un club italiano: nessun’altra compagine sarà rappresentata da un numero simile di giocatori, in campo contemporaneamente, nella propria nazionale. Qualche mese più tardi, i granata trionfano nel ritrovato girone unico della Serie A polverizzando tutti i record offensivi grazie ad un attacco atomico capace di realizzare 104 reti complessive (quasi 3 a partita), frutto di goleade varie come il 7-2 rifilato alla Fiorentina, i 6-0 inflitti a Vicenza e Genoa e il 6-2 al Milan. Valentino Mazzola si laurea capocannoniere con 29 reti.

Serie A ’46-47, Torino-Bologna 4-0:

La macchina granata va che è un piacere. Con un automatismo che rasenta la perfezione, quasi nessuno si accorge dell’avvicendamento in panchina avvenuto in estate: Luigi Ferrero lascia il timone a Mario Sperone, coadiuvato da Roberto Copernico in qualità di direttore tecnico. Il campionato successivo è quello che passerà alla storia come quello più lungo, con l’ammissione “patriottica” della Triestina che fa salire il numero delle partecipanti a 21; nessun problema per il famelico attacco granata, che anzi, ha un’occasione in più per rimpinguare il proprio bottino, alzando l’asticella alla quota stratosferica di 125 gol complessivi realizzati, con la miglior difesa che porta una differenza reti di +92. L’ostacolo principale per la vittoria dei Tori scatenati è il Milan, che riesce ad aggiudicarsi anche il titolo di inverno vincendo lo scontro diretto per 3-2, prima di essere mortificato dalla ripresa dei granata, che mettono insieme 21 gare utili, prendono il largo e lasciano i rossoneri, secondi con Triestina e Juventus, alla distanza siderale di 16 punti (la vittoria allora ne valeva 2, ndr).

Serie A ’47-48, Roma – Torino 1-7:

Tra le eccellenze, spicca il fragoroso 10-0 nella sfida piemontese contro l’Alessandria, il clamoroso 7-1 in terra capitolina sponda giallorossa, le cinquine contro Inter e Fiorentina e la sensazionale rimonta casalinga contro la Lazio, che, dopo essersi portata sul 3-0 soccombe sotto i colpi di Castigliano (doppietta), Mazzola e Gabetto. In quella occasione, allo stadio Filadelfia di Torino, è stato più utile che mai il quarto d’ora granata.

Il quarto d’ora granata era un eccezionale momento di intesa tra i giocatori ed il pubblico; specialmente quando gli avversari non erano temibili, i calciatori del Torino cominciavano la gara in sordina, senza sbilanciarsi, poi dalla tribuna si sentivano tre squilli di tromba, Mazzola dava il segnale ai suoi compagni rimboccandosi le maniche e i piemontesi cominciavano a giocare “sul serio”, sbrigando, nella maggior parte dei casi, la pratica in un quarto d’ora per poi riaddormentare la partita. Uno dei tanti segreti dell’armata invincibile del Grande Torino, ormai fenomeno internazionale, che, dopo aver vinto il quarto titolo consecutivo, approfittando del riposo che capitava proprio all’ultima giornata, sette giorni prima della conclusione del campionato partì per una tournèe di amichevoli in Sudamerica.

Le partite lontano da casa stavano diventando un appuntamento fisso in casa granata, impegnati anche in Belgio durante la stagione seguente, che vede un Torino leggermente più svogliato, forse perché appagato, sicuramente rimaneggiato a tratti dalle assenze importanti di Castigliano, Maroso e Menti per infortunio e dalla lunga squalifica comminata a Ballarin, che tra l’altro nel mercato estivo era stato raggiunto dal fratello Dino, giovane portiere. La superiorità non è schiacciante ma il primato comunque resta un affare per Tomà e compagni, che dopo aver conquistato il titolo d’inverno, fanno a spallate con Genoa ed Inter e ribadiscono la supremazia cittadina con due vittorie in altrettante stracittadine contro la Juventus: 2-1 all’andata e 3-1 al ritorno.

Serie A ’48-49, Torino – Juventus 3-1:

Sono i nerazzurri gli inseguitori più resistenti del Torino, che però nel girone di ritorno non ha perso una partita e lascia qualche piccola illusione ai lombardi pareggiando una partita di tanto in tanto. Lo scontro diretto va in scena il 1° maggio a Milano, dove il Toro difende lo 0-0 che gli consente di tenere 4 punti di vantaggio, a 4 tornate dal termine, e partire tranquillamente per il Portogallo, dove era in programma un’amichevole contro il Benfica.

L’ULTIMA – Nel febbraio del ’49 si gioca Italia-Portogallo. La sfida termina 4-1 per gli azzurri, ma durante l’incontro nasce una fraterna simpatia tra i capitani delle due nazionali, Valentino Mazzola e Francisco Ferreira, il quale decide di invitare il Torino a Lisbona in occasione di una partita in suo omaggio in programma qualche mese più tardi. I piemontesi partono direttamente da Milano il giorno dopo la gara contro l’Inter. Il 3 maggio del 1949 si gioca dunque l’amichevole di lusso tra lusitani e granata. Nessuno sa che quella sarà l’ultima apparizione dal vivo del Grande Torino.

Nel pomeriggio di un nefasto 4 maggio, l’aereo che riportava il Torino in Italia, incontra una fitta nebbia e si schianta fatalmente. La Basilica di Superga accoglie tra le sue braccia una delle squadre più forti di sempre. Perdono la vita tutte e 31 le persone presenti sull’aereo: oltre all’equipaggiamento, i dirigenti accompagnatori Agnisetta e Civalleri, i tecnici Leslie Lievesley ed Ernest Erbstein, il massaggiatore Osvaldo Cortina, i giornalisti Renato Casalbore, Renato Tosatti (papà di Giorgio, ndr) e Luigi Cavallero. I calciatori: Mazzola, Bagicalupo, i fratelli Aldo e Dino Ballarin, (che all’ultimo era stato scelto, su suggerimento del fratello al posto del secondo portiere Gandolfi, ndr) Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, Menti, Operto, Ossola, Rigamonti e Shubert. Novo era rimasto a casa, così come i giocatori Tomà e Ferraris. Su quell’aereo avrebbero dovuto esserci anche Vittorio Pozzo, come inviato sportivo de La Stampa, e Niccolò Carosio, intrattenuto però dalla cresima del figlio.

La tragedia è immane. La squadra più forte d’Italia, col titolo già virtualmente conquistato, drasticamente smembrata, decide di completare il campionato schierando la formazione primavera e così fanno, in maniera encomiabile, le sue avversarie. Il Torino vince
lo scudetto più amaro della storia, il quinto consecutivo, eguagliando, tanto per cambiare, il record juventino degli anni ’30. La storia del Grande Torino è finita, ma è cominciata la Leggenda. Il tempo dei record è terminato, inizia quello dei rimpianti. Chissà come sarebbe andata in Brasile ai Mondiali del ’50 con quella meravigliosa formazione in campo. Forse la Coppa Rimet l’avremmo portata a casa noi e non i brasiliani, venti anni dopo proprio contro di noi. Chissà se il glorioso Real Madrid, nella Coppa Campioni istituita 6 anni più tardi, avrebbe lo stesso dominato la scena con 5 trionfi consecutivi se avesse avuto tra i piedi un Toro così rompiscatole. Chissà quanti altri trionfi avrebbero collezionato quegli undici uomini vestiti di granata che hanno costituito uno schieramento irripetibile, rimasto impresso nella mente di tanti, che ancora oggi potrebbero ripeterlo a memoria: Bagicalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II.
Solamente in due parole: il Grande Torino.

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