Ricardo Bochini è stato il miglior giocatore della storia dell’Independiente, idolo di Maradona eppure semplice meteora della Seleccion albiceleste

Per il suo trentasettesimo numero, la rubrica Miti a metà torna a lambire le sponde dell’America Latina per raccontare la vita e le gesta di Ricardo Enrique Bochini, leggenda del grande Independiente degli anni Settanta e Ottanta, che fece incetta di trofei in patria, in Sudamerica e nel mondo.

La pausa è uno dei gesti tecnici più caratteristici ed apprezzati del calcio latinoamericano. Essa consiste semplicemente in un passaggio filtrante eseguito con perfetto tempismo: mentre un giocatore si inserisce nello spazio, il numero dieci ‘congela’ il pallone fin quando non gli si presenta l’attimo giusto per assecondare il movimento del compagno.

Avete presente il gran gol di Carlos Alberto all’Italia nella finale di Messico ’70? Un magistrale esempio di pausaPelè riceve palla al limite dell’area, la controlla ma non la gioca subito: ‘perde’, due (quasi tre) tempi di gioco, prima di cedere il pallone al terzino che irrompe dalla destra e fulmina Albertosi in diagonale.

 

«Bassino, sgraziato, imperturbabile. Scarso nel tiro e nel colpo di testa. Privo di carisma»
(Hugo Asch su Bochini)

Ricardo ‘El bocha’ Bochini è stato un maestro della pausa, simbolo e cifra di un calcio estroso e brado, scevro dalle briglie dello schematismo, anacronistico eppure vincente in un contesto in rapido divenire. Il calcio argentino di metà anni Settanta, infatti, attraversa una fase di profonda catarsi: la diffusa impronta resultadista sta entrando in rotta di collisione con una fronda ‘restauratrice’, che ha in Luis Cesarel flacoMenotti il suo dinoccolato alfiere.

Ricardo Bochini
Daniel Bertoni (a sinistra) e Ricardo Bochini (a destra) con la Coppa intercontinentale del 1973 (fonte foto: corriere.it)

Così, mentre il futebol argentino prova ad aggiornare il proprio spartito ormai logoro -con un occhio ai Mondiali da ospitare in casa nel 1978- Bochini resta ancorato ad un estetismo flemmatico ed antico, quello romantico e contraddittorio della pausa. E’ il diez che magnifica la stasi, quella fase del gioco in cui, parafrasando Minna von Barnhelm, l’attesa del gesto è essa stessa il gesto, allorquando un’azione di gioco nasce ancor prima di concretizzarsi. ‘La pausa’, a scanso di equivoci, non è soltanto sublimazione della tecnica che supplisce alla mancanza di spunto e rapidità, anzi.

Esistono, a mio modo di vedere, due modi di eseguire ‘la pausa’, uno con la palla lenta, l’altro con la palla che viaggia veloce” spiegava Bochini in una lunga intervista rilasciata al Guardian nel 2014, aggiungendo che “nulla di tutto ciò si impara, viene naturale. ‘La pausa’ però funziona solo se hai dei compagni che amano le corse in verticale, altrimenti è solo un pallone fermo”.

Tra i compagni ‘verticali’ a cui allude Bochini ci sono senz’altro Daniel Bertoni e Alejandro Barberon, due colonne dell’Independiente che si arrampica sul tetto del mondo in un plumbeo pomeriggio novembrino dell’anno 1973. Lo Stadio Olimpico di Roma fa da modesta cornice alla quattordicesima finale di Coppa Intercontinentale, in cui la Juventus prende il posto dell’Ajax. A 10′ dalla fine di un match in cui i bianconeri sprecano un rigore e colpiscono ben tre legni, Bochini salta Gentile sulla trequarti, triangola con Bertoni, entra in area e beffa Zoff con un elegante pallonetto. E’ il gol vittoria.

«Sólo le pido a Dios que Bochini juegue para siempre, siempre para Independiente, para toda la alegría de la gente»

-A Dio chiedo solo che Bochini possa giocare per sempre, per sempre con l’Independiente, per la gioia di tutta la gente-

Bochini e Maradona (fonte: pinchi01.blogspot.it)

Non è proprio la mia specialità” ammetterà a fine gara, quando i cronisti italiani, che si affacciano con curiosità allo spogliatoio argentino (dove “non scorre champagne” scrive Franco Costa su La Stampa), ‘scoprono’ il diciannovenne che ha sgambettato Madama: “Ho origini italiane – spiega- mio nonno paterno era di Palermo. I miei genitori, però, sono argentini. Il mio idolo è Sivori, fin da quando ero bambino“.

Bochini era entrato a far parte della prima squadra dei ‘Diavoli Rossi‘ solo due anni prima; Nito Veiga ed Ernesto Diaz lo avevano ingaggiato nel 1971, dopo un provino (fallito) con il Boca Juniors e gli esordi nel Belgrano di Zarate, squadra del suo paese natale. Per recarsi agli allenamenti dell’Independiente, il giovane Ricardo deve sobbarcarsi cinque ore di viaggio tra treno ed autobus; nel 1972 (25 giugno) arriva l’esordio in prima squadra, subentrando dalla panchina in una gara contro il River Plate al posto di Saggioratto.

Nel 1973 si apre per Bochini il capitolo Nazionale maggiore. Un capitolo, per la verità, tutto sommato anonimo come testimoniato dalle cifre (28 presenze e zero gol dal 1973 al 1986) ma non privo di risvolti notevoli.

Il primo risale al 1986. La Seleccion allenata da Carlos Bilardo e trascinata da Diego Maradona si qualifica per le semifinali dei mondiali messicani. E’ il 25 giugno e allo stadio Azteca di Città del Messico, gli argentini si trovano a sfidare il Belgio. Quando ormai la vittoria è in cassaforte, il ct albiceleste richiama Burruchaga e manda in campo Bochini per gli ultimi cinque minuti, i primi (e gli ultimi) che El bocha giocherà durante un mondiale.

Bochini (con il 3) e Maradona nella semifinale mondiale contro il Belgio

 

«Ho giocato così pochi minuti che non posso sentirmi campione.
Felice? Quando sono entrato dalla panchina contro il Belgio, sì.
Prima no, perché più passava il tempo più diminuivano le possibilità di giocare.
Bilardo ha puntato su altri giocatori e, bene, bisogna accettarlo.
Maradona? Non siamo amici, però parliamo…è un buon ‘pibe’
»
(Intervista a El Grafico, 15 luglio 1986)

In quel caldissimo pomeriggio messicano, Bochini salda -in parte- un conto aperto con la Nazionale risalente a quasi dieci anni prima quando aveva solo sfiorato il sogno di giocare un campionato del Mondo con la maglia dell’Argentina. Alla vigilia della famigerata edizione ‘casalinga’ del 1978, infatti, è tra i papabili per le convocazioni finali ma nonostante due ottime prestazioni nelle amichevoli contro Unione Sovietica e Polonia, Menotti lo esclude, a favore di Norberto Alonso del River Plate (una decisione probabilmente di ordine politico).

Di quei cinque minuti contro il Belgio resterà di certo il saluto di Maradona (“Vamos maestro“): il Pibe de Oro, infatti, da piccolo era un grande ammiratore di Bochini. La vasta letteratura maradoniana riporta come Diego sognasse di indossare un “diez de cuero blanco” (un dieci di colore bianco), ossia quello cucito sulla maglia dell’Independiente indossata proprio dal Maestro (bocha) tra il 1972 e il 1991.

Considerato il miglior giocatore della storia del club di Avellaneda (714 presenze e 108 gol), Bochini è stato il simbolo di un’irripetibile età aurea dei Diablos Rojos, costellata di trofei: due campionati Nacional (1977 e 1978), un campionato Metropolitano (1983) e uno di Primera Division (1988-89), cui vanno aggiunti sette trionfi continentali (4 Copa Libertadores e 3 Coppe Interamericana) e due Coppe Intercontinentali (1973 e 1984).

Il campionato Nacional del 1977 è il primo vinto da Bochini (che nel mentre ha già messo in bacheca 4 Libertadores e la prima Intercontinentale); la vittoria finale arride all’Independiente al termine di un doppio confronto contro il Talleres. L’andata, giocata il 21 gennaio del 1978 ad Avellaneda, finisce 1-1; quattro giorni è in programma il match di ritorno a Cordoba, provincia all’epoca governata da Luciano Benjamin Menendez, uno dei più efferati gerarchi della dittatura Videla. Va da sé che l’ingerenza politica non manchi di farsi sentire: dopo l’iniziale vantaggio di Outes, l’Independiente si ritrova sotto per 2-1 per un rigore ‘generoso’ (a dir poco) e un gol segnato palesemente di pugno: segue una rissa in cui vengono espulsi tre giocatori ospiti (Galvan, Trossero e Larrosa).

Una volta calmate le acque, si riprende a giocare, undici contro otto: a 7′ dalla fine, Bochini risolve una mischia con un morbido tocco di sinistro: finisce 2-2 e, per la regola dei gol fuori casa, l’Independiente è campione d’Argentina.

La vittoria della Primera Division 1988-89 chiude simbolicamente la trionfale carriera di Bochini in biancorosso: le dichiarazioni rilasciate nell’ottobre dell’89 a El Grafico (“L’Independiente ha creato una sua mistica, con una dirigenza oculata e dirigenti onesti. E un po’ l’ha creata Bochini”) delineano un’eredità pesante, carica di successi, ma matura per passare di mano. Quasi un anno dopo, si aprono le prime crepe (“mi ha molto demoralizzato che l’Independiente non mi abbia chiamato per parlare del contratto. Dopo 14 anni bastava poco, la dirigenza dice che sono come un figlio per loro, ma quando c’è da discutere….”) che faranno da viatico all’addio vero e proprio, consumatosi il 19 dicembre 1991. Si chiude così, dopo 19 anni, una delle più lunghe e vincenti storie del calcio argentino.

 

 

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