Home Rubriche Miti a Metà Miti a metà – Il ragazzo che giocava come un uomo: Duncan...

Miti a metà – Il ragazzo che giocava come un uomo: Duncan Edwards

Nel giorno dell’anniversario della tragedia che colpì il Manchester United il 6 febbraio 1958 ritorna anche la rubrica “Miti a metà” con il suo diciottesimo numero, dedicato ad un’autentica leggenda del calcio inglese del dopoguerra che perse la vita a soli 21 anni nel tragico disastro aereo di Monaco in cui venne falcidiata la grande squadra del Manchester United del 1958.

-“Fisicamente, era imponente. Era forte e aveva una fantastica intelligenza calcistica. Era bravo in tutto: destro, sinistro, passaggio lungo, passaggio corto; faceva tutto d’istinto“, Sir Bobby Charlton.

Malgrado sia stato un talento assoluto, a detta di coloro i quali hanno avuto la fortuna di vederlo calcare, seppur per breve tempo, i campi da calcio d’Inghilterra e d’Europa, basterebbe una singola frase per riassumere tutto ciò che vale la pena di sapere su Duncan Edwards: “A che ora è il calcio d’inizio della partita contro i Wolves di sabato, Jim? Non devo perdermelo per nulla al mondo”.* 

E’ il 1958, siamo a metà Febbraio, a Monaco di Baviera, in un’ala del Rechts der Isar Hospital. Costretto a letto da fratture e lesioni diffuse, aggrappato alla vita grazie ad un rene artificiale, Edwards ha solo 21 anni (ne compirebbe 22 il primo di ottobre) ed è appena sopravvissuto ad un disastro aereo in cui hanno trovato la morte ben sette compagni di squadra del Manchester United; solo qualche ora prima, la sera del 5 febbraio, era in campo a Belgrado, contro la Stella Rossa, nel ritorno della semifinale di Coppa Campioni: i Red Devils, vittoriosi per 2-1 all’andata, strappano un pari per 3-3 e approdano in semifinale. La squadra lascia la Jugoslavia e fa scalo a Monaco di Baviera; il 6 febbraio l’Airspeed Ambassador che dovrebbe riportare a Manchester i ragazzi di Matt Busby, dopo aver fallito per due volte il decollo, al terzo tentativo si scontra con un’autocisterna di carburante e va in fiamme: sette giocatori muoiono sul colpo, Duncan Edwards sopravvive ma viene trasportato in ospedale in condizioni critiche.

La prima pagina del Daily Mirror del 21 febbraio 1958
La prima pagina del Daily Mirror del 21 febbraio 1958

Passano i giorni, i bollettini medici restituiscono un quadro contrastante: il 14 febbraio, il giorno dopo l’applicazione del rene artificiale arrivato in Baviera appositamente da Friburgo (dopo un viaggio di oltre 300 kilometri), paiono registrarsi sostanziali miglioramenti ma solo cinque giorni più tardi, la fine pare ormai prossima. Al termine di due settimane di agonia, Edwards muore: è il 21 febbraio del 1958. Il Daily Mirror titola in prima pagina “Muore Edwards dello United”; l’articolo prosegue a pagina 24 con il titolo “Un ragazzo che giocava come un uomo”.

edwards
Uno foto di Duncan Edwards con la maglia del Manchester United

I PRIMI PASSI DEL RAGAZZO PRODIGIO – Duncan Edwards nasce nel 1936 in un distretto di Dudley (all’epoca facente parte del Worchestershire), cittadina nel cuore dell’Inghilterra. Dopo una brillante carriera calcistica tra varie squadre scolastiche, Edwards viene scelto per far parte dell’English School XI che il primo aprile del 1950 sfida, al Wembley Stadium, i pari età del Galles; ben presto diventa capitano, conservando la fascia per i successivi due anni. Molti grossi club inglesi iniziano ad appuntare sui propri taccuini il nome di questo ragazzino fuori dal comune: il primo a notarne le grandi doti è Jack O’Brien, uno scuot al servizio del Manchester United, che già nel 1948 consegna a Matt Busby una nota in cui consiglia di tenere d’occhio un ragazzino dodicenne, di Dudley, di nome Duncan Edwards….

L’APPRODO ALLO UNITED – Lo United, anticipando il Wolverhampton e l’Aston Villa, mette sotto contratto Edwards il primo giugno del 1952, grazie all’azione persuasiva di Joe Mercer, all’epoca allenatore delle selezioni scolastiche inglesi; l’esordio in prima squadra -che ne fa il più giovane debuttante della storia della massima divisione inglese- arriva meno di un anno dopo, ad Old Trafford, il 4 aprile del 1953, in una sconfitta per 4-1 contro il Cardiff: sarà la prima di 151 presenze (arricchite da 21 gol) che Edwards metterà assieme nei suoi cinque anni spesi al Manchester United.

Fin da subito, il giovane numero 6 (che, per farla breve, all’epoca corrispondeva ad uno dei tre ruoli di centrocampo, e, nello specifico, a quello di “left centre back”, ovvero centromediano sinistro) impressiona per le doti atletiche e tecniche, oltre che per la straordinaria completezza del repertorio calcistico (“Eravamo soliti osservare i ragazzi allenarsi, per trovare qualche punto debole su cui potessero concentrarsi di più. Guardammo Edwards e ci arrendemmo nel trovare pecche nel suo gioco“, Sir Matt Busby) a cui va aggiunta la grande maturità che gli guadagna il soprannome di Manboy: Edwards ben presto si impone tra le file dei grande United che sta nascendo dalle sapienti mani di Busby (i “Busby Babes“) e già nella stagione 1953-54 è di fatto titolare inamovibile.

Il primo trionfo arriva nel ’56 con il titolo di campione d’Inghilterra (33 presenze e 3 gol per il nostro) bissato l’anno successivo. Inevitabile, dopo la trafila delle selezioni giovanili, arriva anche l’esordio in nazionale maggiore: è il 2 aprile del 1955 e di fronte c’è la Scozia; dopo il debutto (a soli 18 anni e 6 mesi, un record infranto solo da Owen nel ’98) arriveranno altre 17 presenze impreziosite da 5 reti.

IL 1958, L’ANNUS HORRIBILIS DEL MAN. UNITED – Dopo i due titoli nazionali consecutivi , l’annata più funesta della storia del Manchester United inizia sotto il segno del successo: la stagione si apre infatti con la conquista del secondo Charity Shield di fila, messo in bacheca grazie ad un perentorio 4-0 rifilato all’Aston Villa; in campionato la squadra viaggia a buon ritmo e anche in Europa i Busby Babes veleggiano con il vento in poppa: in Coppa dei Campioni, liquidate prima lo Shamrock Rovers e poi il Duckla Praga, arriva il turno dei quarti di finale contro la Stella Rossa; poi la tragedia.

Il giorno dopo la scomparsa di Edwards, lo United torna in campo a Old Trafford contro il Nottingham Forrest (1-1); la squadra, stroncata dal disastro di Monaco, vinse una sola partita fino a fine stagione e chiuse con un mesto nono posto. Alcuni dei “sopravvissuti”, tra cui un giovanissimo Bobby Charlton (con cui Edwards condivise il periodo di leva obbligatoria) oltre a Foulkes e Gregg, formeranno il trait d’union tra la generazione d’oro di fine anni ’50 e quella del decennio successivo che conquisterà l’Europa nel 1968.

Il ricordo di Edwards nella mente e nei cuori dei calciofili d’oltremanica è più vivo che mai: il ritratto che emerge dalle testimonianze di chi ha assistito alle sue gesta (“Una roccia nel mare in tempesta“, dirà di lui Stanley Matthews) , è quello di un ragazzo tanto precoce quanto maturo, un giocatore eclettico, totale, solido e autorevole, il prototipo del moderno “regista difensivo” non per questo incapace di disimpegnarsi egregiamente in qualsiasi altra zona di campo -una volta giocò anche da centravanti, prima di sostituire un difensore centrale; forse per questo (e per non aver potuto esprimere compiutamente tutto il proprio talento e le proprie capacità) che Duncan Edwards viene, nonostante la breve carriera, annoverato tra i più grandi della sua generazione  e della storia dello United, che il tragico destino ha proiettato nella leggenda.

 

*The Day A Team Died: The Classic Eye-Witness Account of Munich 1958, Frank Taylor

CONDIVIDI