Murales di George Best a Belfast
Il murales dedicato a George Best all'inizio di Blythe Street

Inseguendo i murales di George Best a Belfast: diario di una breve caccia dei luoghi che ricordano la leggenda del Manchester United e della Nazionale nordirlandese.

DUBLINO, 2 Aprile 2018. Lunedì in Albis. Sono passate da poco le 7 quando mi sveglio nella stanza numero 125 del Generator Hotel di Smithfield Square. Frugo nello zaino alla ricerca di un paio di mutande pulite, calzini e canottiera per andare a fare la doccia ai bagni del secondo piano. Riconsegnata la chiave della camera al check-out – uno stanzino con quattro letti a castello, vagamente surriscaldato e immerso in un gradevole aroma di calzini usati – lascio l’ostello poco prima delle 8…

Ragionevolmente, vi chiederete cosa cavolo ci facessi in Irlanda la domenica di Pasqua. È presto detto: il merito (o la colpa) è di quella adorabile rompipalle di mia sorella, che mi ha tenacemente convinto a trascorrere una Pasqua “diversa” in una “capitale europea”. Purtroppo, per una serie di incastri (tra voli e alloggio) e di incomprensioni (mea culpa) mi ritrovo a dover trascorrere Pasquetta da solo, mentre lei si è imbarcata nottetempo su di un volo per Roma pur di procrastinare la partenza (in programma già domenica pomeriggio) e trascorrere Pasqua assieme. Io, invece, per amore di risparmio ho prenotato un volo alle 19.45 da Dublino, direzione Bruxelles: dall’aeroporto di Zaventem mi toccherà poi prendere un autobus per L’Aia in partenza alle 3.30. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Proprio a Bruxelles, dove arrivo verso le 23 (ora locale), decido di buttar giù due righe sulla Pasquetta alternativa che mi sono appena lasciato alle spalle. Non ho il portatile, né un taccuino. Approfitto di una cartoleria/edicola dell’aeroporto per comprare tre quadernini Moleskine neri e una penna ‘I ♥ Belgium‘; mi accomodo sui sedili di fronte all’uscita dove sostano i taxi e comincio a scrivere quando mezzanotte è passata da quasi un quarto d’ora.

PAGINA 3. “La giornata è fredda, la città ancora sonnecchiante è avvolta nel grigiore di un cielo plumbeo dal quale vien giù una pioggia sottile ma fitta, leggera eppure costante. Un vento moderato ma sempre presente completa il quadro di una mattinata che più nordica non si può. Attraverso il ponte più vicino ed entro in un locale che fa angolo con la strada che costeggia il fiume. Oltre a me, l’unico altro cliente è un signore canuto sulla sessantina. Siede ad un tavolo rotondo per sei, io in un tavolino per due, più appartato, di fianco al suo. Entrambi diamo le spalle alla strada e ordiniamo una «Irish Breakfast». La cameriera, preso l’ordine, mi porta dapprima una grande tazza di caffè, accompagnato da un piccolo bricco di latte. Poi un piattino con burro e confetture. Infine la colazione: due salsicce, due uova fritte, due grosse fette di bacon, mezzo pomodoro, mezzo fungo grigliato alla men peggio e una fetta di non so bene cosa [probabilmente Black Pudding, ndr]. Per meno di 10 euro ho il giusto bagaglio di calorie per affrontare il viaggio per Belfast”.

Ragionevolmente, vi chiederete cosa cavolo ci sia andato a fare a Belfast a Pasquetta. Abbiate pazienza.

PAGINA 5. “Il modo più semplice per arrivarci è prendere un autobus, l’espresso no stop che parte alle 9.30 dalla fermata di Customer House Quay. Il biglietto si fa a bordo e costa 10 euro. La giornata fredda e piovosa nulla toglie al fascino del paesaggio irlandese che ammiro dai finestrini del bus prima di appisolarmi. Amene colline, coperte di verdi prati che sfumano in un orizzonte di foschia degno delle più leggendarie saghe nordiche.

Arrivo a Belfast attorno alle 11.30. Ad accogliermi c’è la stessa pioggia fine e battente di Dublino, con la non trascurabile differenza che la temperatura è prossima allo zero. Ad ogni modo, Google Maps alla mano, malgrado le punte delle dita gelate, in mezz’ora arrivo a Blythe Street. Vi giungo da un vialetto secondario e giro a destra. Mi ritrovo in una via completamente deserta dove il grigio dell’asfalto trova la sua unica nota di contrasto nel colore rosso dei mattoni delle casette a schiera che corrono alla mia destra ed alla mia sinistra, quasi senza soluzione di continuità. 

NOTA: Blythe Street si trova a Belfast South, la zona meridionale della città, protestante e lealista.

PAGINA 7. “Gli unici murales che vedo sono una dedicato al Linfield e uno alla South Belfast Brigade. Sono deluso. E George? Il ‘mio’ George? Rifaccio tutta la via nel senso contrario e, alla fine, trovo quello che stavo cercando. Il murale dedicato a George Best. È un murale sobrio, piccolino, quasi a grandezza naturale realizzato sul primo edificio di Blythe Street. Purtroppo, l’impatto complessivo è neutralizzato, oltre che dalle dimensioni, anche dalla collocazione: pur essendo celeberrimo, l’omaggio è sormontato da un enorme cartellone pubblicitario. Una profanazione vera e propria”.

La seconda tappa dell’elenco che ho sotto mano è Cregagh Road. Da Blythe Street arrivo a piedi su Lisburn Road, faccio un tratto in salita ma, superato l’Ospedale Centrale, mi decido a prendere un taxi visto che la destinazione è piuttosto lontana. Prelevo 30 sterline da un terminale della Ulster Bank e trovo un tassista disposto ad accompagnarmi senza che debba prima prenotare la corsa per telefono.

PAGINA 10. “Dopo tre miglia abbondanti giungiamo a East Belfast, una parte della città in leggera collina dove la gran parte delle case non supera il piano d’altezza. Non avendo altri riferimenti se non ‘Cregagh Road’, il tassista accosta ad una fermata dell’autobus a chiedere indicazioni. ‘Girate qui a destra’. Davanti ai miei occhi si apre uno spiazzo desolato circondato da alcuni condomini. Al centro, un piccolo memoriale dedicato alle vittime della tragedia di Hillsborough. Il tassista mi spiega – nel suo inglese fortemente accentato – che qui, a Cregagh Estate, il memoriale di Best non c’è più, perché l’edificio era danneggiato. Va beh, pazienza. Si va verso il Times Bar (foto), un piccolo pub non lontano da lì, ritrovo dei tifosi dei Glasgow Rangers.

L’insegna del Times Bar a Belfast

L’ultimo luogo che ho annotato è Windsor Park. Mi vergogno un po’ ad ammettere che non sapevo si trattasse dello stadio in cui la Nazionale di calcio dell’Irlanda del Nord gioca le sue partite in casa. I cancelli esterni sono aperti e possiamo entrare tranquillamente; purtroppo, essendo un giorno festivo, non c’è nessun addetto che possa farmi entrare dentro lo stadio. Mi limito a scattare un paio di foto tra una ‘stand’ e l’altra e mi faccio riaccompagnare al terminale degli autobus (anche perché il tassametro corre vorticosamente verso i 30 pound e non ho ancora pranzato). Lungo la via del ritorno, continuo a scambiare due chiacchiere con il tassista: “L’anno prossimo aprirà un hotel dedicato a George [pronunciato Gioogi] Best. Adesso è in ricostruzione, si tratta di un vecchio edificio. Ci saranno tanti cimeli”. Il tempo di un paio di battute sulla rivalità Celtic/Rangers che qui si declina anche in termini politici e religiosi (cattolici vs protestanti e indipendentisti vs lealisti) e il mio tour inseguendo i murales di George Best a Belfast si può dire concluso. Non ho trovato tutto quello che cercavo ma va bene così. Mi rifugio in uno Starbucks, soprattutto perché devo ricaricare il telefono; dopo aver pranzato con un tramezzino al pollo e una grossa tazza di tè, passo un’oretta a leggere (Confessioni di una maschera); alle 16 salgo sull’autobus per raggiungere l’aeroporto di Dublino.

Una veduta del prato di Windsor Park di Belfast
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