Un breve racconto di due gare viste (e vissute) dalle tribune dell’Amsterdam ArenA: Olanda – Inghilterra e Ajax – Heracles Almelo

Le condizioni in cui versano buona parte degli stadi italiani, escluse rare eccezioni, rappresentano ormai da tempo uno dei capisaldi della critica al movimento calcio del Belpaese, tanto occasionale quanto infruttuosa poiché spesso obnubilata da circostanziati exploit.

Avendo l’occasione, per motivi di studio, di trascorrere quasi un’anno nei Pesi Bassi, ne ho approfittato per ‘visitare’ due degli impianti più prestigiosi del paese: il De Kuip di Rotterdam e l’Amsterdam ArenA. Dopo aver reso conto della breve trasferta in occasione di Feyenoord – Napoli in dicembre, stavolta ho raccolto alcune impressioni e riflessioni sparse, tratte dalle due partite cui ho assistito ad Amsterdam: l’amichevole internazionale Olanda – Inghilterra (27 marzo) e la gara di Eredivisie tra Ajax ed Heracles Almelo (8 aprile).

Come raggiungere l’Amstedam ArenA

Anzitutto, alcune informazioni pratiche. Amsterdam, come Rotterdam, si trova in una regione chiamata Zuid Holland, la stessa che ospita Leida (Leiden) – sede del mio periodo di studi all’estero – e L’Aia (Den Haag), tutte raccolte in una settantina di chilometri nella parte occidentale del paese.

Raggiungere l’Amsterdam Arena, quindi, è stato molto semplice, grazie all’ottimo trasporto pubblico olandese. Partendo dalla Stazione Centrale di Leida, basta scendere ad una stazione di scambio, ossia Amsterdam Sloterdijk (lo scalo per le autolinee) oppure Amsterdam Schipol (lo snodo ferroviario che serve l’aeroporto internazionale). Da qui, bisogna dirigersi –con un intercity diretto a Venlo o uno sprinter per Hilversum – verso la parte meridionale della città (Amsterdam Zuid) e scendere alla stazione denominata Bijlmer ArenA. In alternativa, l’impianto può essere raggiunto da Schipol anche con gli autobus della linea 303.

L’impatto con l’Amsterdam Arena

Scelgo la parola “impatto” non a caso, anzi. Mi pare sia il termine migliore per restituire la sensazione che si prova in occasioni del genere. E potrete capire cosa intendo ripensando alla prima volta in cui siate mai andati allo stadio a vedere una partita dal vivo. Ogni dettaglio, grande o piccolo che sia, suscita un moto di stupore – anche lieve – misto a curiosità, allor quando ci si ritrova ad essere parte di uno scenario fino ad allora percepito solo mediante il filtro televisivo. Queste sensazioni risultano di molto accentuate quando si è di fronte ad un impianto all’avanguardia (chi vi scrive, da napoletano e tifoso del Napoli, assume spesso, e inconsciamente, lo Stadio San Paolo come referente di paragone).

Uscendo dalla stazione Bijlmer, ci si ritrova nei pressi degli ingressi del versante sud dell’impianto (Zuid G-H-I-J-L). Uno sguardo poco allenato come il mio, alla prima occasione fa fatica a vedere lo stadio. L’intera struttura, infatti, è incapsulata all’interno di una serie di moderni edifici che ospitano bar e pub al pian terreno e al primo piano ed esercizi commerciali. Lo scenario si presenta in guise più familiari accedendo dal versante nord – la parte visibile dai binari sopraelevati della linea ferroviaria – dove si trovano un tornello ‘classico’ e l’area parcheggio per le auto. Superato il controllo del biglietto agli ingressi – alcuni dei quali quasi mimetizzati all’interno degli edifici che circondano l’ArenA – la tribuna può essere raggiunta salendo alcune rampe di gradini o prendendo le scale mobili; queste immettono il flusso dei tifosi sulle ampie zone di passaggio (coperte) dalle quali dirigersi verso il settore in cui si trova il proprio posto.

In tribuna all’Amsterdam ArenA

Per le due gare cui ho assistito ho preso posto in due settori diversi: Zuid G per Olanda – Inghilterra e Noord A per Ajax – Heracles. Nel primo caso mi sono ritrovato a poche file dalla copertura e in un settore piuttosto defilato mentre nel secondo ho trovato un posto – sempre nel secondo anello – ma molto vicino alla linea di centrocampo, ergo in posizione tutto sommato centrale. In entrambe le circostanze ho potuto godere di una visuale perfetta. A tal proposito, mi preme sottolineare come il ticket shop online dell’Ajax indichi esplicitamente quali posti a sedere implichino condizioni di visibilità limitata (e in genere si tratta di quelli più economici).

Olanda – Inghilterra, amichevole del 27 marzo 2018

Dell’interno dell’Amsterdam ArenA, che dire? Semplicemente stupendo. Grande eppure accogliente, comodo e moderno. I sedili sono confortevoli, grazie alla seduta ribaltabile (che rende più facile far passare le persone alzandosi) ed all’ampio spazio tra una fila e l’altra. Agli ingressi si trovano anche i servizi igienici e una catena di chioschi che servono birra e cibo, letteralmente presi d’assalto all’intervallo.

Il match come evento

L’aspetto secondo me più importante da sottolineare, al di là di un’ottima organizzazione logistica generale e non strettamente legata al calcio, è la gestione dell’evento-partita, al netto di un po’ di “sana” inciviltà (bicchieri di plastica sporchi di birra, cartacce e involucri alimentari d’ogni sorta sparsi sia lungo le file di sedili dello stadio che un po’ in tutto lo spazio antistadio).

Mi piace parlare di ‘evento-partita’ e non di semplice “match” dal momento che l’aspetto tecnico-sportivo, nel processo di fruizione, non ricopre – a mio avviso – un ruolo primario incontrastato. Ben inteso: allo stadio ci vanno per lo più tifosi e appassionati di calcio (come nel mio caso) ma i servizi che fanno da cornice tradiscono un approccio evoluto al già ampiamente mercificato prodotto calcio. Allo spettatore/cliente non si vende (più) soltanto l’agone tra due squadre (a prezzi comunque accessibili: 33.50 euro per l’Ajax e 18.00 per la Nazionale) ma gli si offre la possibilità di godere al meglio dello stesso. Come? Servendo birra (rigorosamente in bicchieri di plastica) e cibo (hot dog, hamburger, patate fritte e bitterballen sono gli snack più gettonati) a prezzi decenti, sia all’interno dello stadio che fuori. L’Amsterdam Arena non ha un vero e proprio recinto di accesso (come il De Kuip) essendo un impianto bene assorbito dall’urbanistica circostante, per cui gli stand che offrono fast food (così come pub e ristoranti) si trovano al di fuori della struttura dello stadio.

Riempire lo stomaco, però, non basta di certo. La fidelizzazione del cliente riveste un’importanza (anche economica) di certo superiore: tifosi appartenenti alle generazioni più diverse – c’è chi ha visto Cruijff dal vivo e chi a malapena ricorda di aver visto l’Ajax vincere l’Eredivisie – vestono i colori sociali (tratto, questo, più evidente quando giocano i club) sfoggiando sciarpe, capelli, maglie e completi, tutti – mi duole dire ‘ovviamente’ – originali. I gadget vengono venduti (anche) dagli stand esterni allo stadio e – per esempio – per un sciarpa di qualità tutt’altro che eccelsa non si spendono meno di dieci euro.

Il tifo

Delle gare in sé mi pare superfluo riportare qualsivoglia informazione specifica. Di contro, l’atteggiamento del pubblico – in entrambe le occasioni – ha seguito modelli di comportamento quantomeno similari e per questo interessanti. Partiamo da Olanda – Inghilterra (0-1).

Trattandosi di una gara della Nazionale, l’atmosfera – fermo restando il contesto amichevole – è quella tipica dei match di livello. I tifosi inglesi, presenti in gran numero, occupano tutta la parte superiore della ‘curva’ alla mia sinistra (ma alcuni sono “infiltrati” in altri settori) e si sono fatti sentire per ampi tratti di gara, monopolizzando di fatti la colonna sonora di una partita dipanatasi su ritmi godibili ma tutt’altro che forsennati. L’ingresso in campo delle squadre è preceduto da giochi di luci e musica ad alto volume che fanno da preludio all’arrivo sul prato della banda e dei giocatori schierati per l’esecuzione degli inni nazionali. Come ho avuto modo di vedere tanto a Rotterdam quanto a Lipsia (per RB Leipzig – Napoli), la tendenza – a queste latitudini – è quella di raggiungere i posti a sedere a cavallo del calcio d’inizio. Lo stadio, infatti, prima delle 20.30, non è pieno neanche per metà. Molti prendono posto a partita già iniziata, attardatisi a comprare un bicchiere di birra o uno spuntino.

Il primo – e unico – momento in cui tutto il tifo di casa si mostra unito e compatto è proprio l’inno nazionale (oltre alla lettura delle formazioni ufficiali, ovviamente). Sulle note di “Het Wilhelmus“ (sì, l’ho cercato su Google), timidamente disturbato da qualche fischio di parte inglese, la stragrande maggioranza dei presenti – anche se impegnata a fare riprese con il cellulare – canta all’unisono, creando un coinvolgente effetto da ‘fossa dei leoni’ grazie anche alla gestione delle luci. Quando poi si passa alle cose serie, ovvero alla partita, la situazione cambia radicalmente: i supporters ospiti, pur in netta minoranza, forniscono una cornice audio molto più costante e riconoscibile.

Il ‘tifo’ è civile, oserei dire quasi teatrale, e si articola tra applausi di incoraggiamento e fischi di contestazione alle decisioni dell’arbitro. Malgrado il supporto vero e proprio sia sporadico, e il clima complessivo possa sembrare ‘distrattivo’, al termine dei primi 45′ non mancano fischi misti a timidi applausi: il messaggio dalla platea è chiaro, l’impegno non basta e non basterà (diciamo pure che affidare il centro dell’attacco a Bas Dost – rimpiazzato da Babel al 66′ –  non è stata una grande idea, mentre il terzetto difensivo formato da de Vrij, Van Dijk e de Light regge piuttosto bene, specie sulle gioco aereo e il corpo a corpo).

Per quanto riguarda Ajax – Heracles (1-0), i miei appunti sono quasi tutti relativi alla partita, per cui sarò breve. Per capire l’atmosfera che accompagna la gara degli ajacidi, serve un minimo di contesto. Come mi spiega il signore seduto di fianco a me, “ieri il PSV ha giocato in casa della terza in classifica. Perdeva 2-0 ma alla fine ha vinto tre a due. Per l’Ajax ci sono poche speranze di vincere il campionato, il PSV ha sette punti di vantaggio. Domenica c’è lo scontro diretto ad Eindhoven…“. Per inciso, sette giorni dopo l’Ajax perde 3-0 al Philips Stadion e il PSV si laurea campione d’Olanda.

Poiché la mia conoscenza dell’Ajax versione 2017/18 è piuttosto scarsa (tant’è che resto sorpreso dal constatare che Huntelaar gioca titolare, tanto per dirne una), sfrutto la gentile disponibilità del mio ‘vicino’ – incuriosito dai miei appunti presi a penna su taccuino – per fargli qualche domanda: mi spiega di essere ‘compaesano’ di de Light e mi indica il nome del numero 7 di casa (Neres, autore del gol vittoria nella ripresa). Gli spiego che gli appunti serviranno per scrivere un articolo e che sono uno studente straniero di Napoli. “Ci sono stato in vacanza tre anni” mi risponde, in discreto italiano per giunta. Non approfondisco la questione ma ci scappano due battute sugli azzurri: “È una squadra che gioca bene…come sta andando?“. Trattandosi del pomeriggio di Napoli – Chievo, gli rispondo con un filo di mestizia che le cose non vanno benissimo e che probabilmente a fine giornata ci ritroveremo nella stessa condizione dell’Ajax. “Voi avete Milik, vero? Non sta andando così bene…però s’è fatto male due volte…“. Non vi so dire sinceramente a che ora abbiamo parlato del polacco ma, ad occhio e croce, non molto lontano dal momento in cui segnava il pareggio contro il Chievo…

Il clima partita, quindi, è permeato di una rilassata rassegnazione. L’Ajax, che si sbriciolerà sette giorni dopo ad Eindhoven, ci mette più di un’ora per vincere la resistenza del modestissimo Heracles (zero tiri nello specchio e una sola occasione in 90′ di svergognato catenaccio), tenuto a galla dalla giornata di grazia del proprio estremo difensore e da due legni colpiti dai padroni di casa.

Sugli spalti, però, è tutta un altra musica. In uno spicchio del secondo anello tra la tribuna e la curva alla mia destra ci sono diverse decine di tifosi dell’Heracles. Pochi ma buoni. Con spirito encomiabile e grande abnegazione, sostengono a ritmo di tamburo lo sforzo – è il caso di dirlo – erculeo della propria squadra. Sono sorpreso dal constatare come il pubblico di casa non offra nessuna risposta parimenti organizzata, come se mancasse uno zoccolo di ‘ultras’ a dettare tempi e modi di incitamento. In altre parole, manca un po’ di calore. L’atteggiamento dello stadio è quasi paternale in certi momenti e, anche dall’alto, si percepisce chiaramente quanto certi ragazzi siano ancora acerbi, catapultati in uno scenario che trabocca di storia, peraltro ostentata con grande orgoglio nei numerosi richiami alla ricca bacheca biancorossa. In effetti, da queste parti in special modo, si percepisce la costante la tensione tra lo slancio verso il futuro e l’omaggio ad un grande passato. E il più grande di tutti, immortalato con il 14 sulla schiena, è celebrato da un ampio striscione, rigorosamente bianco e rosso, con questa scritta:

“Voor altijd nummer 14. Voor altijd Johann Cruijff”.

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