Liverpool – Napoli Champions League| Tre giorni in viaggio nell’Inghilterra Nord-Occidentale al seguito degli azzurri impegnati in Champions League contro i Reds.

Martedì, 4 dicembre, ore 14.30 circa. Sono in fila da oltre trenta minuti quando, dopo aver presentato un voucher di pagamento, una copia della carta di identità e un modulo di certificazione, un’operatrice del Botteghino 3 dello Stadio San Paolo fa scivolare verso di me il seguente biglietto:

LIVERPOOL VS SSC NAPOLI
Tuesday 11th December 2018
KICKOFF 20:00
ANFIELD ROAD LOWER
Block  Row   Seat    Adult
123    22     0045   £48.00
TURNSTILE:  0  1 – 2
*BULK

30 NOVEMBRE: L’ACQUISTO MATTO E DISPERATISSIMO

La vendita dei tagliandi si apre giovedì 29 novembre alle ore 10.00. La procedura prevede l’acquisto tramite il sito Listicket.com, cui segue l’emissione di un voucher necessario per il ritiro del biglietto vero e proprio. Alle 9.00 sono già sul piede di guerra, con portatile e carta di credito pronti. Scatta l’ora X. Terminale ancora chiuso. Alle 10.10 i tagliandi sono online. Il primo tentativo non va in porto, non riesco a pagare con la carta di credito della mia banca. Tempo un quarto d’ora e i biglietti sono sold out. Ci resto di sale. Ho voli e ostelli prenotati dal 21 settembre, non può andare a finire così. In realtà, di tagliandi ce ne sono ancora ma “si vede che vengono messi in vendita un po’ per volta” mi spiega un operatore di Listicket. C’è ancora speranza forse. Venerdì riprendo il supplizio di Tantalo ma ogni tentativo, nel migliore dei casi, si blocca in attesa che l’app della banca convalidi il pagamento.

Decido di fare un ultimo tentativo: chiedo a mia madre di caricare 60 euro sulla mia Postepay. Magari con un circuito diverso riesco a completare la procedura. Intanto la disponibilità di tagliandi oscilla tra ‘bassa’ e ‘ultimi biglietti’. Ricarica effettuata. L’una è passata da più di venti minuti, ultimo tentativo. Inserisco tutti i dati necessari, riesco a raggiungere il form per il pagamento, lo compilo e attendo. Dopo pochi secondi, il messaggio tanto agognato: “Poste info: la password dispositiva è 17433“. Mentre il battito cardiaco accelera, digito con estrema cura le cinque cifre: è l’ultimo passo. Ce l’ho fatta.

Una fremito di gioia irrazionale mi attraversa come una scarica elettrica. Preso dalla foga esulto in maniera scomposta e mi procuro pure uno strappo tra il collo e la spalla destra. Ma CHISSENEFREGA. Davvero. N’è valsa la pena. Quasi non ci credo e rileggo un paio di volte per sicurezza:

FC LIVERPOOL VS SSC NAPOLI GROUPE STAGE
ANFIELD STADIUM
Data: 11/12/2018 Ore: 21:00
SETTORE 123B

LUNEDÌ 10 DICEMBRE: PARTENZA

Prima di proseguire, due premesse veloci. La prima: pur essendo tifoso del Napoli, nutro da tempo una certa simpatia per il Liverpool. Ne ignoro i motivi, nel senso che non ricordo né come né perché, ma tant’è. Soprattutto per questo, la gara di Anfield, almeno per me, rappresentava un’occasione più unica che rara, al di là dell’importanza stessa della partita.

La seconda: in virtù di quanto sopra, a fine settembre prenoto i voli e due ostelli. Nel dettaglio, l’itinerario – spudoratamente orientato al risparmio – prevede l’arrivo a Manchester il giorno prima della partita dopo alcune ore di scalo ad Eindhoven. Poi trasferimento a Liverpool per la partita, pernottamento (parziale) nella città dei Beatles e ritorno a Manchester per imbarcarsi sul volo diretto a Dublino: altro scalo di circa quattro ore prima di mettere piede sul diretto per Napoli di mercoledì. “I soliti viaggi della speranza che fai tu“, sentenzia – a ragione – mia madre.

Appunti, pag. 2-3. – “Ore 11 circa. Sono in volo per Eindhoven, primo scalo della mia trasferta oltre Manica. Il tempo è splendido, quasi primaverile e all’interno dell’abitacolo fa abbastanza caldo. Lascio Napoli alle 10.00. A bordo mi attende una gradevole sorpresa: tra i membri del personale c’è Federico, un ex collega di università che non vedevo da anni, da quando seguivamo assieme i corsi di Giapponese all’Orientale. Prima di andarmi a sedere, scambiamo due chiacchiere, giusto il tempo di spiegargli dove sono diretto (“Wa veramente? E con il biglietto come hai fatto?”) e come abbia pianificato voli e soggiorni.

Sull’aereo ci sono tanti ragazzi napoletani. Alcuni, come me, proseguiranno verso Manchester. Altri hanno in programma di raggiungere Amsterdam in treno. Nel mentre, qualche temerario accenna un paio di strofe di una canzone neomelodica”.

Arrivo a Manchester poco prima delle 17 ora locale. Ad un ufficio di cambia valuta vicino alla biglietteria della ferrovia, ritrovo due ragazzi tifosi del Napoli – anche loro in viaggio per la partita – con cui ho scambiato due chiacchiere alla partenza da Capodichino; fatta un po’ di scorta di sterline, prendiamo assieme i biglietti del treno per Manchester Piccadilly. Da lì, dopo un breve giro in centro tra i mercatini di Natale, le nostre strade si separano per i rispettivi ostelli: loro vanno in tram verso Old Trafford, io resto nei paraggi della stazione. Il mio alloggio dista meno di mezzo miglio dallo snodo di Piccadilly e lo raggiungo rapidamente a piedi. 

Appunti da pag. 5 (12 dicembre)“Faccio check-in e salgo in camera. Voglio darmi una rinfrescata prima di scendere a prendere una birra. Il carattere già pittoresco dell’ostello si esalta nei locali dei bagni e delle docce. Un vago allure da patrie galere, una via di mezzo tra Arancia Meccanica e il video tape di Another Brick in the Wall: infissi in legno ricoperti di uno spesso strato di vernice bianca (sicuramente al piombo e risalente almeno agli anni Settanta), muffa, polvere e ruggine un po’ qui un po’ là a completare un quadro quantomeno caratteristico.

Verso le 9 raggiungo un irish pub poco distante, ingollo due pinte di Guinnes – 10 sterline spese in un amen – e faccio ritorno in ostello. Stanchissimo, riesco a malapena ad indossare il pigiama e ad infilarmi sotto le coperte. Mi sveglio verso le 7 con la prospettiva, non proprio allettante, di dover andare a fare una doccia. La finestra socchiusa – che lascia trapelare una gelida brezza mattutina – mi incentiva a fare tutto il prima possibile. Mi sottopongo ad una doccia un po’ capricciosa, senza compromessi, in bilico costante tra il gelido e il torrido. Rivestitomi, scendo a far colazione: mi attende un buffet a dir poco spartano di latte freddo, cereali, pane in cassetta e marmellate da discount. Per 13 sterline e mezza non è il caso di pretendere di più. Dopo aver mangiato, butto giù due righe di appunti in attesa che l’accappatoio asciughi sul termosifone in camera”.

MARTEDÌ 11 DICEMBRE: VISITA A OLD TRAFFORD

Lasciato l’ostello, torno a Piccadilly. Salgo sul treno locale diretto ad Altrincham e scendo a Old Trafford. Non c’è una vera e propria stazione ma solo due piattaforme – una per binario – con una pensilina e due macchinette automatiche per acquistare i biglietti. Un cartello inequivocabile mi indica la direzione per lo stadio. La zona è piuttosto periferica. Alle spalle della fermata del treno c’è un grande impianto da cricket (il Lancashire County Cricket Ground) che si estende fino ad un incrocio: da qui la strada si fa leggermente in salita e il profilo di Old Trafford inizia a fare capolino all’orizzonte.

L’ultimo tratto di strada, quello che conduce al piazzale antistante lo stadio, è costeggiato – da un solo lato – da una fila di piccole villette a schiera, alte appena due piani, dall’aspetto molto tradizionale. Lo stadio di Old Trafford è poco più in là, quasi avulso dal variegato tessuto urbano circostante eppure imponente ed elegante. Lo spiazzo antistante è dominato dal monumento dedicato alla ‘trinità‘ formata da Best, Law e Charlton: i tre, immortalati a grandezza naturale, rivolgono lo sguardo a Sir Matt Busby, raffigurato da una statua che torreggia sull’ingresso dello store ufficiale del Manchester United. Prima di entrare nel negozio, mi viene chiesto di togliere lo zaino affinché venga controllato mentre io passo sotto uno scanner; fatto ciò, mi metto alla ricerca di una sciarpa: prendo quella da 15 sterline, con il logo ricamato, facendo in tempo ad apprezzare quanta paccottiglia venga venduta con sopra il logo del club: dalle tazze ai pigiami, fino agli ‘ugly sweater’ natalizi.

Faccio il giro e raggiungo la ‘Sir Alex Ferguson Stand‘, dove acquisto un biglietto (27 sterline) per un tour del museo e dello stadio. Il primo alterna sale espositive con alcuni ambienti multimediali; vi sono bacheche colme di trofei – una solo per il ‘Treble‘ del 1999 – ma c’è un cimelio che attira in particolare la mia attenzione.

Il telegramma di Duncan Edwards

Si tratta di un vecchio telegramma, indirizzato al numero 19 di Gorse Avenue, Stretford: “Tutti i voli di domani cancellati. Duncan“. È l’ultimo messaggio spedito da Duncan Edwards prima del disastro di Monaco che decimò lo United il 6 febbraio del 1958: viene esposto in una piccola bacheca, tra il gagliardetto della Stella Rossa ed un orologio da polso.

La visita allo stadio inizia alle 11.30 e si dipana in una sorta di zig-zag tra ambienti interni e le tribune. La vista è spettacolare, malgrado sul prato ci siano delle lampade solari artificiali per favorire la crescita regolare del prato. Old Trafford è imponente e trasuda storia da ogni dove: l’anima secolare dell’impianto si riverbera soprattutto negli accessi alle gradinate e in altri ambienti piuttosto angusti; persino il corridoio che porta agli spogliatoi è costituito da un corridoio largo non più di un metro. La visita include anche una tappa in sala stampa, una sorta di ‘ingresso in campo’ (con tanto di audio ambientale a riprodurre l’accoglienza del pubblico all’entrata in campo dei giocatori) e una sosta alle ‘panchine’, ovvero i palchi in mattoni dove siedono gli staff tecnici delle due squadre.

Il ritorno a Piccadilly è un po’ più laborioso del necessario ma, complice uno sprazzo di bel tempo, mi consente di apprezzare ancora meglio gli scorci offerti dalla parte più ‘glamour’ della città (o almeno credo). L’anima industriale di Manchester resiste nei grandi volumi architettonici di stile georgiano che si affiancano con naturalezza alle costruzioni più moderne, in un costante contrappunto tra mattone e vetro, pietra levigata e acciaio. Tornato nella zona di Piccadilly, mi concedo un fish and chips e una birra; nel locale c’è un gruppo di tifosi del Napoli mentre poco dopo di me prendono posto, ad un tavolo vicino, quattro supporters dell’Hoffenheim (impegnato mercoledì contro il Manchester City). 

L’ARRIVO A LIVERPOOL E LA GARA AD ANFIELD

Liverpool dista circa un’ora di treno da Manchester. Vi giungo quando sono già passate le quattro del pomeriggio ed il sole è quasi completamente tramontato. Dal mio stesso convoglio si riversa in stazione un piccolo plotone di ultras del Napoli che non impiegano molto ad attirare l’attenzione degli altri passeggeri. Scendono dalla carrozza in gruppo e sfilano intonando cori ostili (“Fuck you Liverpool“) che non tardano ad allarmare la polizia già presente sul posto. Il manipolo viene bloccato di fronte all’ingresso della stazione ferroviaria di Lime Street: all’imbarco per Dublino, un ragazzo conosciuto all’andata mi spiegherà che gli agenti hanno registrato i nominativi e controllato i documenti a tutti.

Io, intanto, ho trovato l’autobus giusto e dopo circa mezz’ora sono ad Anfield. Proprio come Old Trafford, anche lo stadio che ospita il Liverpool si trova fuori città, in una zona periferica e non particolarmente popolata: la struttura – dal lato della Kop e della Dalglish Stand – è fiancheggiata da una strada a due corsie passata la quale si snoda una sequela di basse villette a schiera, lungo una serie di viali perpendicolari all’arteria stradale principale (Walton Breck Road). Insomma, l’impressione da fuori è un po’ deludente. Ma, come si suol dire, mai giudicare un libro dalla copertina.

La Kop di Anfield

Dopo aver acquistato una sciarpa della partita, raggiungo l’ostello. Per un inatteso colpo di fortuna, il Cambrington International Hostel si è spostato al 272 di Anfield Road da appena tre giorni; in altre parole, sono a duecento metri dall’ingresso del settore ospiti dello stadio e, non a caso, in ostello c’è un bel po’ di tifosi del Napoli. Lascio il bagaglio e alle 18.00 circa sono in fila: il servizio d’ordine, comprensivo di agenti a cavallo, è molto rigido ma il deflusso all’interno dello stadio procede a scaglioni e in completa sicurezza; varcato un tornello decisamente angusto, ci si ritrova in una zona di passaggio controllata da numerosi steward. L’accesso alla tribuna è costituito da una rampa di pochi gradini: sono gli ultimi passi prima che la visione di Anfield si dischiuda davanti ai miei occhi. Anche vuoto, lo stadio è stupendo.

Ai tifosi del Napoli è stata riservata una metà della tribuna inferiore della gradinata di fronte alla Kop, il cuore pulsante del tifo di casa. Verso le 19.00, il cantuccio destinato ai ‘visitors’ è già tutto pieno. L’attesa si fa snervante, le cifre del tabellone elettronico sembrano inchiodate alle 19.03; il tempo scorre con una lentezza sfibrante fin quando Ospina non entra in campo per il riscaldamento. Cori di incitamento praticamente incontrastati, dal momento che, a mezz’ora dal calcio d’inizio (esattamente come a Rotterdam e Lipsia) lo stadio è praticamente vuoto.

La maggior parte del pubblico prende posto quando mancano circa 15 minuti all’inizio della gara, in tempo per cantare in coro – sciarpe alla mano – la celebre You’ll never walk alone: è in quel momento che Anfield gonfia il petto e sovrasta i fischi provenienti dal settore ospiti (non tantissimi in verità, molti – compreso il sottoscritto – stanno filmando con il cellulare) con la sua voce all’unisono, in un crescendo da brividi di grandissimo impatto.

Sono le ore 20.00, Skomina fischia il calcio d’inizio. Sull’andamento della gara e la cocente eliminazione patita dal Napoli avrete già ampiamente letto altrove. Ragion per cui, mi soffermerò su altri aspetti della partita ed in particolare del tifo. Senza addentrarsi in analisi sul tanto celebre quanto frainteso ‘modello inglese’, l’atteggiamento del pubblico di Liverpool non si discosta di molto da quello che avevo registrato in precedenza nelle mie (seppur poche) trasferte europee. Secondo uno schema similare, lo stadio si riempie solo a ridosso del fischio d’inizio e l’ingresso in campo è il momento di maggior partecipazione collettiva: dopo la scarica iniziale, però, si avverte la mancanza di un vero e proprio ‘tifo organizzato’, tant’è che per almeno 45 minuti la ‘sfida’ dei decibel e ben equilibrata. Il gol di Salah, però, segna una svolta in tal senso: sulle ali dell’entusiasmo, il ruggito di Anfield monta come l’alta marea, con l’effetto di galvanizzare anche i Reds in campo. La ripresa scivola via tra ansia, tensione e paura di non farcela anche in virtù del fatto che a Belgrado il PSG è in vantaggio. Il sostegno non manca ma le corde vocali affaticate – e il freddo gelido – smorzano gli entusiasmi mentre i tifosi di casa, seppur in maniera discontinua, intonano cori per Salah e la propria versione di ‘un giorno all’improvviso’.

Nel concitato finale, in una sorta di osmosi a distanza, in Napoli e i suoi tifosi si (ri)caricano a vicenda: la squadra di Ancelotti sfiora il pari per la prima volta con Callejon e tutti noi, stipati l’uno di fianco a l’altro, in equilibrio precario in piedi sui sediolini ribaltabili, combattendo con le rigide temperature inglesi di inizio dicembre, torniamo ad alimentare la voce della speranza. L’occasione fallita da Milik è l’ultimo sussulto; quando Skomina decreta il termine della partita, Anfield esplode di gioia mentre una cappa di silenzio ci avvolge. L’avventura del Napoli in Champions League finisce così, con un doloroso déjà vu. Alcuni giocatori azzurri raggiungono il settore e ricevono i nostri applausi, Milik quasi si scusa. Per molti il peccato capitale è stato non vincere la prima a Belgrado. Per altri la chiave di volta è stato il pareggio a Parigi. Comunque sia, fa male.

Tra un’elucubrazione e l’altra, passa più di mezz’ora e viene finalmente dato l’annuncio che i cancelli del nostro settore sono stati aperti: usciamo quando lo stadio è quasi completamente vuoto e il traffico è decongestionato. Poco distante dall’uscita, un pub quantomeno caratteristico (‘The Arkles’) attira l’attenzione mia e – evidentemente – di altri tifosi ospiti, ma un tizio ben piazzato e poco conciliante mette subito in chiaro le cose: “niente tifosi ospiti”. Sulla parallela ad Anfield Road avevo intravisto un chiosco di hot dog: attraverso Edith Road e me lo ritrovo davanti, ne prendo uno da 4 sterline e placo in parte i morsi della fame. Intanto prelevo altre 40 sterline in contanti per il viaggio di ritorno, ancora tutto da programmare. Vorrei prendere un secondo hot dog ma la scena dell’addetto alle piastre che grigliando le cipolle raschia interi strati di grasso carbonizzato con una paletta da stuccatore mi scoraggia alquanto. Torno verso l’ostello e a dieci metri dal pub c’è una specie di tavola calda, con un’insegna al neon che recita ‘Kebab‘. Tombola. Prendo due tortini (uno manzo e reni, l’altro manzo e patate) e un ‘savoury cake‘ che porto in camera; grande quanto un piattino da caffè, questo tortino di patate, erba cipollina e pinoli pesa quasi mezzo chilo ed è unto da far schifo. Al terzo morso lo cestino senza rimpianti.

C’è un’ultima cosa da fare, trovare il modo di raggiungere l’aeroporto di Manchester entro le 7.00. Il primo autobus di linea parte alle 5.45, troppo tardi. E io sono già stanchissimo. Faccio una doccia, preparo il grosso del bagaglio e mi addormento. Decido di puntare la sveglia alle 4.00 e poi vedere poi il da farsi, nella peggiore delle ipotesi posso chiamare un taxi o andare a piedi. Alle 4.30 sono già in strada, trovo una corsa con Uber e poco prima delle 5 sono alla stazione di Liverpool Lime Street: salgo sull’espresso per Newcastle delle 5.20 e cambio per l’aeroporto a Manchester Victoria. Sono in tempo per il volo che decolla alle 8 per Dublino. Si torna a casa. Stanco, un po’ deluso ma tanto fiero di esserci stato.

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