Arsenal – Napoli Europa League è stata l’occasione per tornare in Inghilterra, stavolta nella splendida Londra, per una nuova piccola odissea calcistica.

Le cifre digitali del tassametro, con il loro colore rosso accesso, brillano sul piccolo schermo montato al centro della plancia. Quando la vettura giunge alla destinazione indicata, il display riporta una tariffa di 33 sterline e 40 ma il tassista, forse impietosito dalle mie condizioni, mi accorda un po’ di sconto – “facciamo giusto trenta“. Pago con la carta di credito e smonto dal cabbie nero che mi ha portato fino a Bagleys Lane dove si trova il mio ostello (The Queen Elizabeth): è l’edificio che fa angolo con Pearscroft Road, al civico numero 58; sono le 2:34 di giovedì, 11 aprile. Zaino in spalla, dopo pochi passi sono di fronte ad una porta a due ante di colore bianco…

Prima parte: Napoli – Bergamo – Londra

Il volo Ryanair numero FR6114 delle ore 12:35 diretto a Bergamo decolla dall’aeroporto di Napoli con circa trenta minuti di ritardo; è un mercoledì mattina poco primaverile: da un cielo color grigio alluminio cade una pioggia sottile ed insistente, tipica più del mese di marzo che non della seconda settimana di aprile. In aereo dormo piuttosto profondamente; mi sveglio quando sono già passate le due, mentre il velivolo ha già intrapreso la lunga fase di atterraggio. Tiro fuori carta e penna dal borsello e riempio una prima pagina d’appunti mentre nel finestrino alla mia destra si delinea sempre più nitido il profilo delle Alpi Orobiche, accarezzate da banchi di soffici nubi.

In aeroporto – dopo aver mangiato le due rosette al prosciutto comprate prima della partenza – il tempo scorre con indicibile lentezza: un paio di caffè lunghi e una ventina di pagine lette a spizzichi e bocconi de “Il centravanti è stato assassinato verso sera” rendono l’attesa (un po’) meno tediosa. Ad un certo punto devo constatare l’impossibilità di ricaricare il cellulare, se non pagando la modica cifra di 4 euro l’ora. In tutto l’aeroporto ci sono solo quattro prese libere, costantemente e voracemente colonizzate da viaggiatori bisognosi. Uno di questi, per fortuna, stacca quasi subito il cavo del PC e mi cede una presa; qualche minuto più tardi, di fianco a me si palesa un uomo di carnagione scura, sulla trentina, che non fa altro che allungare due dita di Cola con un liquoraccio non meglio identificato, versandolo da una bottiglia sapientemente occultata in un sacchetto di carta marrone. Passa nervosamente il suo caricatore da una presa all’altra, scusandosi più volte con me ogni qual volta stacca il mio. Neanche dieci minuti e un altro viandante mi chiede di cedergli il posto: ha la batteria all’1% e – mi spiega a gesti – deve imbarcarsi utilizzando il biglietto elettronico sull’app della compagnia aerea.

Intanto, è giunta l’ora di incamminarsi verso l’imbarco. Il volo diretto a Londra è in ritardo di 40 minuti. Di fronte al gate numero 16 si sono già raccolti diversi tifosi del Napoli; uno di questi è preoccupato: ha già prenotato un biglietto per un treno in partenza alle 10:30 dall’aeroporto di Southend per raggiungere il centro città. Scambiamo due parole; entrambi dovremmo prendere la coincidenza a Shenfield per poi proseguire verso Liverpool Street. Di lì in poi, ognuno per sé. Pur tentando di rassicurarsi (“Va beh, ce n’è pure uno alle undici…“), resta visibilmente preoccupato perché il ritardo potrebbe (!) rendere più complicato raggiungere l’ostello. Quanto cazzo avrà ragione, non lo sa neanche lui.

Il ritardo previsto inizialmente lievita, al punto che il volo FR2189 con partenza prevista alle 20.55 lascia l’aeroporto di Orio al Serio solo un’ora più tardi e raggiunge il piccolo scalo di Southend quasi due ore dopo. Complice il fuso orario, sono circa le 22.45 locali. Compro rapidamente un biglietto da 13 sterline e raggiungo i binari: c’è un ultimo treno, diretto a Wickford, che parte alle 23.05. Un funzionario mi conferma che si tratta del treno giusto per arrivare in centro, così come anche alcuni ragazzi italiani, in attesa sulla banchina. Dovrei raggiungere Shenfield e poi cambiare in direzione Stratford o Liverpool Street. Dovrei…

La stazione di Wickford, ormai deserta

Ore 23:24. Sul treno da Southend Aeroporto a Shenfiled. Piccolo guasto tecnico all’altezza della stazione di Rayleigh e breve sosta non prevista. Due tecnici ripristinano la piena funzionalità del convoglio nel giro di dieci minuti mentre qualche passeggero non perde il proprio sense of humor: “Siamo nella terra di nessuno…ma dov’è che siamo, a Rozzano?“. 

Dopo le 23:30. Il treno su cui viaggiavo ha fatto capolinea a Wickford e tutti i passeggeri in arrivo dall’aeroporto hanno perso l’ultima coincidenza per Liverpool Street. Alcuni cercano di organizzarsi condividendo un Uber, altri trovano riparo dal freddo nel vagone rimasto aperto. Io ne approfitto per ricaricare un po’ il telefono grazie all’adattatore che ho provvidenzialmente acquistato all’aeroporto di Bergamo. È passata la mezzanotte e non so ancora come e quando arriverò all’ostello. Un funzionario ci dice che possiamo attendere un autobus sostitutivo o – se questi non fosse disponibile – prendere un taxi. Nel mentre, ho annotato le tappe da fare in treno per raggiungere la zona dove si trova l’ostello:

Da Liverpool Street a Shepherd Bush    metro
Shepherd Bush – Imperial Wharf    – metro

Seconda parte: match day, Arsenal – Napoli Europa League

Ore 9:26. La giornata è luminosa ma fredda, nonostante il cielo terso e un sole splendente. Con non poca fatica (poiché Google Maps mi ha da poco abbandonato per sempre, ndr) sono riuscito a trovate un caffè nei dintorni che serva una full english breakfast (fette di bacon grigliato, una salsiccia speziata, mezzo pomodoro e un fungo grigliati, uova strapazzate, una fetta di pane tostato e fagioli, affogati in una salsa dal retrogusto simile al ketchup e serviti in una terrina al centro del piatto). Nel caffè sono l’unico cliente; in attesa di essere servito, ne approfitto per scrivere un po’…

Passata la mezzanotte, tutti i viaggiatori rimasti bloccati a Wickford si dirigono verso l’angusta uscita della stazione poiché, a quanto pare, è in arrivo un autobus sostitutivo che fermerà alle stazioni di Stratford e Liverpool Street. Io finisco di scrivere, stacco il caricatore del telefono dall’unica presa di corrente del vagone e raggiungo in tutta fretta la piattaforma dall’altro lato dei binari.

Un signore di mezz’età, dal volto paonazzo (e dall’alito da consumato avventore di osterie) mi si affianca sul pontile che attraversa i binari e inizia a farfugliare apprezzamenti un po’ grevi su di una ragazza che ci precede trascinando un trolley fucsia. L’uomo è visibilmente alticcio e infarcisce ogni frase con generose dosi di ‘fuck’. Dopo un’ulteriore attesa, un autobus a due piani si palesa nello spiazzo antistante la stazione. Avvolto da un alone bluastro, per via delle luci dell’abitacolo, il bus viene preso d’assalto ma parte in buon ordine verso Londra, attraversando a passo spedito un’autostrada a tre corsie completamente sgombra, avvolta dalla luce arancione dell’illuminazione stradale.

Passato il dormiveglia e scambiate due parole con un ragazzo milanese che lavora a Londra da tre anni (“si sta bene, ma è tutto troppo: troppo caro, troppo distante, troppo caos…ti pagano in proporzione, ma non so fin quando resterò”) scendo a Liverpool Street. Livello carica batteria del cellulare: 13%. Freddo pungente. Provo a prenotare una corsa con Uber ma il telefono muore sul più bello. Poco dopo una Toyota Prius si affianca al marciapiede. “Bagleys Lane?” chiedo; “No, come ti chiami?”, “Romano” rispondo. L’autista mi fa cenno di ‘no’ con la testa: non è la corsa che ho prenotato. Decido di fermare un taxi: il primo è a fine turno, il secondo mi informa che la corsa potrebbe costarmi una quarantina di sterline. Non so più neanche che ore siano, gli indico l’indirizzo mostrandogli il foglio di prenotazione stampato da Booking.com. “Ok, è un po’ lontano…cerco di fare più veloce che posso…”. Tralasciando il fatto che abbia immancabilmente inchiodato a mezzo chilometro da ogni semaforo giallo incontrato lungo il tragitto, arrivo all’ostello dopo circa 40 minuti; il tassametro si ferma a 33 sterline e 40…

Quando varco la soglia del numero 58 di Bagleys Lane, ho la netta sensazione di essere arrivato nel posto sbagliato. Mi ritrovo in un ambiente a pianta rettangolare, trasandato ma bene illuminato; davanti a me c’è un bancone in legno con quattro rubinetti per spillare birra. Bottiglie semivuote di liquori assortiti, sparpagliate su tre ordini di mensole, tavolini e sedie male in arnese costruiscono un’immagine da pub di terzo (o forse quarto) ordine. In fondo al bancone, alla mia destra, c’è un registratore di cassa dietro al quale un ragazzo – che indossa felpa e cappello di lana – nota le mie perplessità e mi chiede se devo fare il check-in. Allora sono nel posto giusto. Accenno un ‘sì’ di risposta, con l’ultima stilla d’energia rimastami.

Dopo aver incassato ben 19 sterline (la tariffa per due pernottamenti), il ragazzo dalla pelle olivastra mi consegna il codice di accesso alla stanza, scribacchiato su di un pezzo di carta grande quanto un biglietto del bus. A dividere il pub dalla zona delle camere c’è una porta con un buco al posto della maniglia; una scala ripida e angusta, rivestita da uno strato spesso e polveroso di moquette color ratto di fogna, mi conduce al primo piano. La mia stanza, la numero 11, si trova alla fine di un corridoio largo non più di un metro, ricoperto di un parquet che scricchiola ad ogni mio timido passo. Fasci di cavi elettrici e tubi corrono a vista lungo le cornici decrepite delle imposte. Mi ci vogliono quattro tentativi, e il supporto del ragazzo di turno alla ‘reception’, per entrare in stanza, dopo aver constatato di star girando la maniglia dalla parte sbagliata. Manca ancora un ultimo passo: mettersi a letto. Mi è stato assegnato il numero 4, ovvero il più alto di un letto a castello a tre piani: dovrò dormire con il soffitto a mezzo metro dal naso. Dulcis in fundo: ho scordato il pigiama; faccio la ‘scalata’ al letto in pantaloni poiché, per quel che ne so, potrebbero esserci anche delle ragazze in stanza, e mi spoglio solo prima di mettermi sotto le coperte e dopo aver sistemato i bagagli per terra alla men peggio.

Pagina 11. Lasciato il caffè dove ho fatto colazione, torno all’ostello. Devo decidere come trascorrere la giornata; nel mentre, scrivo un paio di pagine di appunti e sfrutto il wi-fi per annotare gli itinerari e i mezzi di trasporto per raggiungere la zona di Buckingham Palace e Westminster Abbey. L’idea è di andare alllo stadio direttamente da lì. Torno in camera per lavare i denti e scrivere ancora, in attesa che il telefono si ricarichi del tutto.

Pagina 12. Venerdì 12/4/19, h 9.17, di nuovo a colazione al Boma.
Wandsworth Bridge Road è una strada tipicamente inglese, ai limiti dello stereotipo: su entrambi i lati corrono, una addossata all’altra, case di mattoni rossi, alte non più di due piani
(mi sento un po’ E. M. Foster mentre lo riscrivo, ndr) con porte e finestre inevitabilmente bianche; un piccolo cortile sul davanti divide l’ingresso dal marciapiede, bordato da grossi platani potati di recente. Al ‘Boma’ prendo la stessa colazione di ieri: full english breakfast con una tazza di american coffee. PS: il titolare del locale non solo si ricorda di me, ma anche dell’ordinazione fatta ieri.

Villette a schiera a Wandsworth Bridge Road


Ore 13.42. Pranzo nella zona di Putney Bridge: fish and chips, accompagnato da un boccale di birra Brooklin, bionda e amara. Scrivo due righe su ieri:

In ostello ho appuntato su un foglio strappato dal taccuino le tappe da fare giovedì mattina:

Per Buckingham Palace

Bus n. 11 da Tyrawley Road
scendere ad Ecclestone Bridge

Westminster Abbey
(da Ecc. Bridge)
n.211 o n. 22
fermata: Westmister Abbey

Big Ben (a piedi)
(Parlamento)
-Hyde Park-
da staz. Westminster a stadio (23 m)
westm→ Green Park
Green Park → Arsenal

Per prendere l’autobus numero 11 – non potendo contare su Google Maps – mi baso sul mio spirito di osservazione (McGyver mode on) e ne seguo uno che svolta davanti a me in una traversa poco distante dallo sbocco di Bagleys Lane. Trovo la fermata, pago la corsa con la carta di credito. Scendo ad Ecclestone Bridge e chiedo indicazioni ad un passante per Buckingham Palace: “Sempre dritto”.

In treno verso l’aeroporto. Continuo a scrivere in attesa di arrivare a Southend. Buona parte della giornata trascorre in visita ai luoghi più celebri di Londra: Buckingham Palace, Westminster, il Palazzo del Parlamento, il London Eye, St. James’ Park. Dislocate all’interno di un’area piuttosto raccolta, queste tappe obbligate restituiscono di Londra un’immagine imponente, statuaria. L’allure da grande capitale d’impero è rimasto immutato, corroborato dai fasti dell’epoca Vittoriana e per niente scalfito da una galoppante modernità. Nel mio piccolo, mi concedo un pranzo all’insegna della tradizione: tortino di manzo e reni (kidney pie) con purè di patate, verdure di stagione bollite e una riduzione di brodo di manzo. Tutto buono ma piuttosto caro, com’è giusto che sia a mezzo chilometro dalla residenza reale.

Aeroporto di Orio al Serio, ore 00.30. Volevo dormire un po’ in aeroporto ma non mi è possibile: mi ero sdraiato su una panchina in ferro ma, per via di alcuni lavori al controsoffitto, un agente di sicurezza ha costretto me ed altri ‘accampati’ a spostarsi altrove. Trovo posto al tavolo di un bar Motta ancora aperto; pur di giustificare la mia siesta, compro un pacchetto di Pocket Coffee e ricomincio a scrivere. 

La stazione Arsenal che serve lo stadio Emirates non è particolarmente grande. Sita in una zona prevalentemente residenziale, insiste su di una strada a due corsie larga non più di cinque metri; esattamente di rimpetto, si dipana un viale secondario, costeggiato da mediocri villette a schiera. Gli unici elementi di discontinuità sono gli stand che vendono cibo e bevande e i gadget della partita; comprata una sciarpa dell’evento (12 sterline) mi dirigo verso lo stadio. L’accesso principale è rappresentato da una scalinata che immette su di una rampa scoperta; questa, a sua volta, conduce allo spiazzo antistante lo stadio. Il servizio d’ordine predisposto dalla Polizia è meno severo di quello attuato dai colleghi di Liverpool a dicembre: anche qui ci sono agenti a cavallo ma sono soltanto in due e sorvegliano la parte di strada transennata più lontana dall’uscita della stazione ferroviaria. Il deflusso all’interno dello stadio è estremamente scorrevole: il settore ospiti è già aperto quando mancano poco meno di due ore all’inizio della gara; basta superare due perquisizioni per entrare all’interno. 

Sull’Emirates Stadium c’è poco da dire: le immagini televisive non rendono completa giustizia ad un impianto moderno, funzionale e palesemente concepito per la migliore fruizione possibile della partita. L’ultima fila di sediolini sarà a tre metri scarsi dalla linea del fallo laterale. Il settore ospiti è costituito da due settori contigui a cavallo dell’angolo lontano alla destra della tribuna stampa. Mentre i gruppi organizzati si addensano nei posti alle spalle della linea di fondo, io mi accomodo nell’ultima fila in alto più prossima alla tribuna che corre lungo il lato lungo del campo da gioco. 

“Qua si vede meglio” – mi spiega un signore robusto ed esuberante, sulla cinquantina – “già ci siamo venuti una volta per la Champions, ci siamo seduti di là e non ci siamo visti un cazzo”. In effetti, la visuale è veramente buona. A poco più di due metri da noi, ci sono i posti a sedere della parte inferiore della tribuna centrale dell’Emirates. Ultima notazione sullo stadio, riempitosi a soli cinque minuti dal calcio d’inizio: una volta pieno diventa avvolgente, come se abbracciasse il terreno di gioco. Alle 19.55, tutti i settori sono quasi del tutto occupati: un breve gioco di luci (sulle note di ‘Go’ dei The Chemical Brothers) precede l’ingresso in campo delle due squadre. Nel frattempo, ho scambiato due chiacchiere con alcuni sodali di tifo, discutendo dell’abitudine – molto lontana da quella napoletana – di raggiungere lo stadio a ridosso dell’inizio della gara; le formazioni ufficiali e le insidie del confronto sono gli altri elementi di conversazione.

L’Arsenal impone fin da subito la maggiore fisicità e un ritmo elevato, sia in pressing sia in palleggio, concretizzando la propria superiorità con le reti di Ramsey e Torreira. Il doppio colpo è difficile da assorbire e anche nel settore ospiti il morale precipita sotto i tacchi già a fine primo tempo. Al danno si unisce la beffa: a pochi metri dal posto in cui siedo si è raccolto un manipolo di sostenitori dei Gunners esuberanti e rumorosi. Mentre la gara prosegue, i tentativi a vuoto del Napoli di dimezzare lo svantaggio offrono al succitato gruppetto di tifosi dall’ugola d’acciaio l’occasione per schernirci ripetutamente, storpiando i (sempre più radi) cori di incoraggiamento che proviamo ad intonare (quasi sempre con un tardivo effetto – eco rispetto alla zona di origine). Capita così che ‘dovete fare gol’ diventi prima ‘farigol’ per poi degenerare in ‘farischifo’. A metà ripresa, lo stesso gruppetto di tifosi si produce in una tediosa salmodia cantilenante, portata avanti per dieci minuti buoni senza palesare il minimo segno di cedimento o sforzo. Intanto, nel nostro settore monta la frustrazione, riversata per lo più su Mario Rui, che nella ripresa attacca (si fa per dire) a pochi metri da noi. E non che a Hysaj nel primo tempo fosse andata tanto meglio.

Scollinata metà ripresa, il Napoli molla definitivamente gli ormeggi per provare a segnare un gol e dare un senso diverso al match di ritorno. Dalla mia posizione ho pure la fortuna di ‘apprezzare’ il mancato tap-in di Zielinski, che scatena una reazione violenta ai danni di un sediolino. L’errore riaccende il fuoco della polemica: nuove voci di scherno arrivano dal settore occupato dai tifosi inglesi, facendo divampare una schermaglia tutta verbale molto colorita, in cui ciascuna parte attinge al proprio idioma come meglio crede, senza rinunciare alla creatività. 

Qui gli appunti si fanno un po’ sbrigativi, quindi meglio accantonarli per un attimo. Premessa: le due tifoserie non sono mai venute a contatto e gli steward non hanno mai ritenuto necessario intervenire. Come detto, nient’altro che colorite intemperanze verbali. Gli inglesi riciclano pigramente i pochi insulti in italiano del proprio vocabolario: ‘farischifo’ (ossia ‘fare schifo’ con un pizzico di Great Vowel Shift), ‘vaffanculo’ e ‘merda’; i napoletani replicano con teatralità e spirito di improvvisazione: l’improperio più gettonato è “your mother!!”, accompagnato da eloquente gestualità manuale (sì, insomma, ci siamo capiti) e didascalie in dialetto; qualcuno, invece, gioca di fino e opta per un paio di ‘Forza Tottenham‘. Il signore che mi aveva rassicurato sulla bontà del posto a sedere si produce in un piccolo show di insulti assortiti, ripresi da un divertito supporter locale.

Qualche minuto dopo le 22, il triplice fischio decreta la fine di Arsenal – Napoli: è 2-0. Quasi nessuno vuole ammetterlo, ma si tratta di un risultato pesante, dal forte retrogusto di eliminazione. Qualcuno prova comunque a non perdersi d’animo: “al ritorno a questi gliene facciamo tre” sentenzia un signore alla mia sinistra, ma senza dare l’impressione di crederci fino in fondo. 

In maniera quantomeno inattesa, lasciamo il settore ospiti quasi subito dopo la fine della partita, mescolati ai tifosi di casa. Prima di prendere il treno, ceno con un grosso hot dog, accompagnato da cipolle, bacon e cheddar e cosparso senza ritegno da una striscia di mostarda gialla, densa e molto, molto piccante. Comfort food che più di conforto non si può. Il ritorno in ostello è agevole e veloce: da Arsenal arrivo a Earl’s Court. Qui un signore brizzolato e piuttosto distinto, con indosso un completo verde scuro, mi chiede il risultato della partita, avendo notato la sciarpa che ho al collo. “L’Arsenal ha vinto 2-0”, rispondo sconsolato. “Sembri deluso…hanno meritato?“, “Anche troppo, sir“; un laconico “buona fortuna” chiude la conversazione. In pochi minuti sono sul treno che mi porta fino a Fulham Broadway da dove raggiungo l’ostello a piedi usando la fermata di Tyralwey Road come riferimento.

Appunti da pagina 28. Giunto al Queen Elizabeth, scopro che la hall è a tutti gli effetti un pub, ritrovo di tifosi del Chelsea (che giusto un’ora prima ha espugnato per 1-0 il campo dello Slavia Praga). All’ingresso ci sono due uomini, sulla cinquantina, intenti a fumare. Uno è magro, ha i capelli unti e grigi, pettinati all’indietro e lunghi fino alla metà del collo; indossa un giacca a vento di colore verde, di un paio di taglie troppo grande, sopra una camicia a righe bianche e azzurre. È lui a notare la sciarpa che porto al collo, usandola come pretesto per attaccare bottone. Gli spiego che tifo per il Napoli e vengo dallo stadio; lui replica con un ‘sorry’ sorridente e il gesto del pollice verso. Già che ci sono, ne approfitto per parlare un po’ del Chelsea: “…abbiamo fatto pena stasera, però abbiamo vinto…Hazard ha fatto una gran giocata…” mi spiega lui, con una bottiglia di birra in una mano e una sigaretta nell’altra. Capirò solo dopo che il gol decisivo è stato segnato da Alonso.

Il tizio è molto simpatico ma tra il forte accento e una dentatura che ha visto giorni decisamente migliori, il suo inglese mi risulta particolarmente ostico. Ciò nonostante, lo incalzo con una domanda: “Quindi, meglio Sarri o Conte? Giocar bene o vincere, cosa preferisce?”. L’interrogato fa spallucce e mi fornisce una risposta vagamente criptica: si picchietta la tempia con l’indice e commenta con “sono un vero (tifoso) Chelsea…“, un po’ come a dire “che domande…”. Io annuisco, più per educazione che altro, mentre questo simpatico inglese non particolarmente sobrio elogia Sarri, definendolo “clever“, salvo poi fare un resoconto della gara non troppo lusinghiero: “il portiere ha fatto due tre parate importanti…abbiamo giocato male ma almeno abbiamo vinto“. Provo a spostare la conversazione sul piano tattico, parlando di Jorginho, ma ottengo solo cenni di assenso e qualche parola di risposta, farfugliata in allegria. Salgo in camera, poso il giubbino e ritorno al pub per un boccale di Guinnes. I due sono sempre lì: siedo con loro, parliamo ancora del Chelsea. Un altro tifoso che ha visto la partita al pub – se ho ben capito – non era troppo contento del fatto che avesse segnato Alonso perché “che ci fa lì un difensore?!“. Poi provo a spiegare dove si trova Napoli ma, credo, con risultati modesti. Passata da poco la mezzanotte, mi congedo dai signori che mi hanno tenuto compagnia – e che nel frattempo hanno anche improvvisato un balletto sulle note di un brano jazz.

Terza parte: Stamford Bridge, Craven Cottage e rientro

Venerdì 12 è il mio terzo e ultimo giorno a Londra. Il volo di ritorno, da Southend, decolla alle 17.30 quindi ho mezza giornata buona da impegnare. Decido di visitare lo stadio del Chelsea: Stamford Bridge sorge a poche centinaia di metri dalla stazione di Fulham Broadway; incastonato nel tessuto urbano, da fuori sembra un ospedale costruito negli anni Novanta, non fosse per i vessilli blu e il logo del club disseminati un po’ ovunque. Ad accogliermi c’è la statua di Peter Osgood, leggenda del club londinese a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

La visita guidata dura un’ora e prevede: tour degli spalti, sala stampa, spogliatoi e sosta a bordo campo. Lo stadio non è particolarmente grande (40mila posti) ma è molto raccolto attorno al terreno di gioco e, ca va sans dire, la visuale è ottima in ogni settore. La guida ci spiega che il progetto per il nuovo stadio prevede l’abbattimento dell’impianto attuale per ricostruirlo, nello stesso punto, a 40 metri di profondità e con una capienza maggiore (60mila spettatori). Nella tariffa di ingresso è compreso anche il tour del museo: non particolarmente grande, si sviluppa in maniera circolare attraverso una serie di ambienti di dimensioni contenute, arredati con teche e postazioni multimediali.

Lascio Stamford Bridge – dopo aver acquistato una sciarpa nello store del club – verso mezzogiorno e salgo sul bus 411 per raggiungere la zona di Putney Bridge dove si trova lo stadio del Fulham. Attraverso l’area verde compresa tra una sponda del Tamigi e la tenuta di Fulham Palace, la residenza storica dell’arcivescovo di Londra; giunto a Stevenage Road, il profilo di Craven Cottage si staglia nitido contro un cielo plumbeo, che minaccia pioggia da un momento all’altro. Lo stadio è chiuso (i giorni di visita sono martedì e mercoledì) ma ciò non mi impedisce di apprezzare come le case circostanti più vicine siano a meno di dieci metri dai tornelli di ingresso – una sfilza di porticine nere, larghe a malapena una trentina di centimetri, incastonate in una parete di mattoncini rossi. Il mio tour londinese si esaurisce così: un pranzo veloce al Kings Arms (filetto di pesce fritto, chips, purea di piselli e salsa tartara) prima di raggiungere in treno l’aeroporto di Southend. Arriverò a casa il mattino seguente.

*in corsivo le parti copiate integralmente dagli appunti

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