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Fuori dal Campo

Lehmann risponde alle critiche: “Non vivo di TikTok, voglio solo essere la migliore”

Alisha Lehmann risponde alle critiche sui social: “Non vivo di TikTok”. Il racconto tra lavoro, equilibrio e ritorno in Inghilterra.

Alisha Lehmann ha scelto di parlare senza filtri. Non per alimentare il rumore, ma per chiuderlo, almeno per quanto possibile. Da anni il suo nome è associato a un dibattito che va oltre il campo: talento contro immagine, lavoro contro percezione. Un equilibrio fragile, spesso raccontato più dagli altri che da lei. Stavolta, però, la giocatrice svizzera ha deciso di rimettere ordine.

Lehmann risponde alle critiche: “Non vivo di TikTok, voglio solo essere la migliore” – Screenshot TikTok – stopandgoal.net

Nell’intervista concessa a BBC Sport, Lehmann ha affrontato direttamente il punto che più la infastidisce: l’idea che la sua presenza sui social tolga valore al suo impegno sportivo. Una narrazione che la accompagna da tempo e che, a quanto pare, continua a pesare.

“Non vedono il lavoro che c’è dietro”: lo sfogo a BBC sport della Lehmann

Il concetto è semplice, ma per lei centrale: ciò che si vede non è tutto. “A volte è frustrante”, ha spiegato, mettendo a fuoco la distanza tra percezione e realtà. Il problema non è tanto la critica in sé, quanto la superficialità con cui viene formulata. “Le persone pensano che mi alleni e poi torni a casa a fare TikTok. Non è così”.

Una frase che non cerca giustificazioni, ma rivendica metodo. Lehmann insiste sul proprio approccio quotidiano: professionalità, attenzione ai dettagli, lavoro extra quando serve. Non un’immagine costruita, ma un processo. “Se controllo i miei numeri e non ho dato il massimo, faccio dei giri extra”. È una routine che racconta più di qualsiasi post.

Il punto, in fondo, è questo: il calcio resta il centro. Il resto è contorno, visibile e quindi facilmente giudicabile. Ma non per questo determinante. Lehmann non nega i social, non li ridimensiona. Li mette semplicemente al loro posto.

Non è sempre stato così lineare. Anzi. C’è stato un momento in cui quelle voci incidevano di più. “Quando ero più giovane mi colpiva di più”, ha ammesso. La difficoltà non era tanto rispondere, quanto capire come gestire tutto il resto: aspettative, giudizi, esposizione.

Fino a chiedersi se ne valesse la pena. “Ci sono stati momenti in cui ero davvero triste e chiedevo a mia madre se potevo smettere”. Una frase che pesa, perché racconta un passaggio reale, non retorico. Poi qualcosa è cambiato. Non all’esterno, ma dentro il modo di affrontarlo.

Oggi il baricentro è chiaro: il calcio prima di tutto. Lehmann descrive una routine fatta di recupero, attenzione al corpo, disciplina. Dorme ogni pomeriggio, evita qualsiasi distrazione prima di allenamenti e partite. Non è un dettaglio, è una scelta. “Non farei mai nulla che possa influire su come gioco”.

Il resto scorre accanto, senza più sovrapporsi. Anche le critiche, inevitabilmente, perdono peso.

La Lehmann, il ritorno in Inghilterra e la sensazione di casa

Nel frattempo è cambiato anche il contesto. Il recente passaggio al Leicester City ha riportato Lehmann in un ambiente che conosce bene. L’Inghilterra, per lei, non è solo una tappa di carriera, ma un riferimento.

Dopo le esperienze tra Everton e Aston Villa, e il biennio italiano tra Juventus e Como, la scelta di tornare è stata rapida. “Avevo firmato un contratto a lungo termine con il Como, ma dopo un mese ho capito che volevo tornare”. Nessun giro di parole, solo una decisione netta.

Le ragioni sono tecniche e personali insieme. Il livello del calcio, certo, ma anche una questione di sensazioni. “Adoro stare qui, l’Inghilterra mi sembra casa”. Un concetto che nel calcio moderno, fatto di spostamenti continui, non è mai banale.

Intanto i numeri raccontano un percorso solido: oltre cento presenze e un contributo costante in termini di gioco e gol nelle esperienze inglesi. Dati che restano, anche quando il dibattito si sposta altrove.

Alla fine, la sintesi è tutta nelle sue parole: “La gente può pensare quello che vuole”. Non è una resa, ma una presa di posizione. Perché ciò che conta, per lei, resta uno solo: diventare la migliore versione possibile di sé stessa in campo.

R.D.V.

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