Un ex presidente di Lega che torna tifoso tra la gente, un libro che non indulge nei rimpianti e prova invece a riaccendere il motore: “Cosa resta del calcio” di Lorenzo Casini, pubblicato da Il Mulino, mette il dito dove fa male e poi indica una via d’uscita che non è fatta di slogan ma di scelte concrete, quotidiane, possibili.
Gocciola dal tetto, i seggiolini sono vissuti, il tornello si blocca. Dentro, però, c’è calore. Il calcio italiano è anche questo: una promessa che resiste, nonostante tutto. Lorenzo Casini, oggi “ex” alla guida della Lega Serie A, osserva quel mondo da vicino e nel suo nuovo saggio per Il Mulino si pone una domanda semplice: come si ricuce lo strappo tra passione e sistema?
Gli stadi italiani sono tra i più vecchi d’Europa, con un’età media che supera spesso i 60 anni e oltre il 90% degli impianti in mano pubblica. L’occupazione media dei posti resta più bassa rispetto ai grandi campionati, e i ricavi da matchday ne risentono. I diritti tv valgono circa un miliardo l’anno sul mercato domestico: molto, ma lontano da chi guida in Europa. Il peso dei costi, soprattutto sugli ingaggi, mette a rischio la sostenibilità. Intanto la filiera si assottiglia: negli ultimi campionati la quota di minuti giocati da Under 21 italiani è rimasta sotto il 5%. È un numero che non racconta solo il presente: racconta il futuro che rischiamo.
Qui Casini entra deciso e, a metà libro, apre la porta del laboratorio. Tre parole, asciutte: infrastrutture, risorse, cultura. Non c’è ricetta magica, ma una gerarchia. Senza impianti moderni, l’esperienza allo stadio non cresce, i ricavi non aumentano, le famiglie restano a casa. Dove si è investito, i risultati si vedono: da Torino a Udine, da Bergamo a Cagliari. Quando lo stadio è pensato per il tifoso, l’affluenza sale e il club respira.
Sono regole intelligenti. Significa rendere veloci le procedure per ristrutturare gli impianti, premiare nei criteri di licenza chi investe in impianti e vivai, favorire la trasparenza dei bilanci. Significa anche smettere di raccontarsi che la Super Lega salverà tutti: il calcio vive se la base regge.
Perché tocca la didattica, la leadership, le abitudini. Vuol dire formare meglio gli allenatori giovanili, dare spazio ai 18-20enni senza bruciarli, riportare le scuole dentro i campi e i campi dentro le scuole. Vuol dire spalti che tornano comunità, non zone grigie di attesa.
Casini propone leve concrete. Un “patto stadi” che, per cinque anni, allinei tutti: club, Comuni, banche. Incentivi fiscali legati alla riqualificazione energetica degli impianti e al loro uso 365 giorni l’anno. Un indicatore unico di governance e tenuta finanziaria, semplice, che premi chi spende in modo sostenibile. Una quota minima — moderata ma reale — di minuti per i giovani formati in Italia, sostenuta da più “seconde squadre” in Serie C: oggi sono poche, ma dove esistono creano ponti veri con la prima squadra. Una parte del gettito delle scommesse sport vive torni alla base, per campi, luci, spogliatoi.
e il libro lo ammette: sulla ripartizione ideale dei ricavi non esiste un modello perfetto. Ma esiste un criterio: legare i premi non solo ai risultati sportivi, anche agli investimenti in riforme strutturali.
una notte d’inverno, luci accese, uno stadio che non perde più acqua e bambini che tirano calci nel prepartita. È poco? O è da lì che ricomincia tutto, dal gesto minimo che mette ordine al resto? Se il patrimonio del nostro calcio è la sua gente, allora la domanda è una sola: siamo pronti a trattarla come la nostra prima grande opera pubblica?
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