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Ironia del Wall Street Journal sull’Italia: ‘Ignorano i Mondiali, la loro estate peggiore’. Il punto di vista americano sulla mancata partecipazione azzurra

Un giornale americano guarda l’Italia senza Azzurri e sorride amaro: dice che “ignoriamo i Mondiali” e che questa è “la nostra estate peggiore”. Ma dietro quella battuta c’è un modo diverso di stare nel calcio, di accenderlo e spegnerlo, di farlo entrare in casa quando serve e lasciarlo fuori quando fa male.

Nei bar di quartiere succede questo: qualcuno chiede il telecomando. Il proprietario raccoglie le spalle. Dice che la tv resta su un film, stanotte c’è la partita ma senza l’Italia non ha senso. In quel gesto c’è la chiave del pezzo uscito sul Wall Street Journal. Il quotidiano americano scruta i nostri tavolini, vede schermi spenti e piazze fredde, e ci mette sopra un’etichetta: “ignorano i Mondiali, è la loro estate peggiore”. L’ironia funziona. Punzecchia. Ma non finisce lì.

Per capire il contesto basta un fatto nudo: la Nazionale ha saltato due rassegne di fila, Russia 2018 e Qatar 2022. Questo ha cambiato gli umori e i rituali. Gli ascolti tv sono scesi rispetto alle edizioni con gli Azzurri. Le ricerche online hanno seguito la stessa curva. Le aziende hanno spostato campagne e iniziative su contenuti più locali. Non servono numeri al millimetro per intuire l’effetto: quando l’Italia non c’è, il torneo perde centro e diventa rumore di fondo.

Eppure, fermiamoci un attimo prima di sposare il racconto americano. Noi non “ignoriamo” il calcio. Lo moduliamo. Lo mettiamo a volume basso finché non scatta qualcosa. Una storia. Un volto. Un legame.

Il punto di vista americano

Per il WSJ, gli italiani senza Azzurri ripiegano su altro: spiagge piene, gelati, prime serate con film e talent. Vede i bar che spengono le telecronache. Nota i murales della Nazionale coperti dalla polvere. È uno sguardo curioso e, in parte, vero. Perché la nostra relazione con i Mondiali di calcio è identitaria. Se manca la bandiera, manca il coro. Loro la chiamano “la peggiore estate”. Noi la chiamiamo attesa sospesa.

A metà torneo, però, qualcosa si muove. L’abbiamo visto. A Napoli, nel 2022, sono spuntate bandiere dell’Argentina. C’entra Maradona, certo, ma anche la voglia di riconoscersi in un’epica familiare. Nelle periferie di grandi città, la corsa del Marocco ha acceso comunità intere. Bambini con la maglia di Messi o Mbappé hanno riempito cortili e oratori. E sui nostri schermi, alla fine, si fa strada il meglio: le semifinali, la finale, i colpi di genio che restano.

Oltre l’ironia: come si guarda il torneo in Italia

È una fruizione a elastico. Gruppi WhatsApp che rimbalzano highlights. Televisori accesi all’ultimo, solo per le grandi notti. Album Panini completati lo stesso, magari scambiando figurine al mercato rionale. Un occhio alla Serie A: se un giocatore del tuo club brilla con un’altra maglia, lo senti un po’ tuo. E poi c’è l’economia minuta del tifo: la birra spillata solo quando vale la pena, i maxischermi montati per le partite “che contano”, i pronostici tra colleghi che tengono viva la conversazione.

Il quotidiano americano mette l’accento sull’assenza. Noi potremmo metterlo sulla soglia. Senza Azzurri, il Paese si ferma prima della porta. Ascolta il boato da lontano. Poi decide se entrare. Non è disaffezione, è difesa emotiva. È anche maturità: saper dire “passo” quando a tavola manca l’ingrediente principale.

E allora, è davvero “la nostra estate peggiore”? Dipende da cosa cerchiamo. Se vogliamo appartenenza, sì: niente unisce come un’Italia che gioca. Se cerchiamo storie, no: il mondo ne offre comunque, e a volte ci somigliano più di quanto ammettiamo. Forse la domanda vera è un’altra: quando torneremo a cantare l’inno, sapremo ancora riconoscere quel brivido collettivo? Io credo di sì. E immagino già una piazza che si accende di colpo, come una finestra lasciata aperta nella prima notte d’estate.

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