Solet: ‘In Italia si rischia poco, mi sento un centrocampista’. Il difensore dell’Udinese tra ambizioni e corteggiamenti del Napoli

Un centrale che parla come un regista, l’Italia che lo intriga e lo frena, il profumo di pasta al formaggio dopo gli allenamenti: la storia recente di Solet è un misto di fame, dettagli e scelte che contano.

Dice: “In Italia si rischia poco, mi sento un centrocampista”. Lo ascolti e capisci perché. Solet non gioca per buttarla via. Gioca per costruire. Con l’Udinese ha trovato spazio, ritmo, fiducia. Prima vera stagione completa, e già un’etichetta addosso: rivelazione. Il campo gli dà ragione. Taglia la linea di pressione, appoggia corto, poi accelera l’azione. È il profilo che le big annotano in agenda quando cercano un difensore moderno.

La sua bussola è chiara: “La Serie A mi piace, è un campionato top. Negli ultimi anni il livello si è alzato”. Lo si vede pure dalla sua crescita. Meno frenesia, più letture. In Italia impari a scegliere il momento. A volte, però, il momento non arriva mai. Da qui la sua frase: si rischia poco. Chi guarda tanto calcio lo sa. Il primo controllo sicuro. Il retropassaggio automatico. Lui no. Lui alza la testa e prova la verticalizzazione.

Un difensore che pensa da centrocampista

Quel “mi sento un centrocampista” non è una posa. È il suo manuale. Nel corpo di un difensore di 1,90 abbondanti, c’è l’ambizione di chi vuole dominare la palla. Si mette tra le linee, chiama il pallone sul piede forte, accompagna l’azione. Lo vedi soprattutto in trasferta, quando lo stadio è contro e lui non cambia scelta. È qui che Solet diventa interessante: combina struttura e tecnica. Non dribbla per vanità. Dribbla per pulire una giocata. E quando serve, difende l’area con disciplina. Niente svolazzi, ma tempi d’anticipo solidi e falcata lunga per rimediare alle spalle.

Un dettaglio racconta il resto. Finita la partita, si concede una frase leggera: “Mi piace la pasta al formaggio”. Sembra poco, è molto. Trasforma un volto da highlights in una presenza quotidiana. Te lo immagini alla Dacia Arena, tuta e zaino, che saluta i magazzinieri. È lì che si capisce se un calciatore tiene davvero: negli interstizi. Nella routine che non fa notizia.

Tra ambizioni e corteggiamenti

Intanto il mercato si muove. Il Napoli lo guarda da vicino. Servono difensori che sappiano reggere campo aperto e impostare dal basso. Il profilo combacia: intensità, prontezza, passi da leadership. Non risultano offerte ufficiali rese pubbliche. C’è interesse concreto, sì. E c’è prudenza. L’Inter? La domanda arriva, lui spegne l’eco: “Resto concentrato sull’Udinese”. Linguaggio semplice, messaggio utile. A 24-25 anni, bruciare le tappe è la tentazione più forte. Ma l’idea di restare protagonista in Friuli un’altra stagione non è un ripiego. È un modo per arrivare meglio preparato.

Solet ha una storia lineare. Cresciuto con l’idea che la palla non scotti, maturato in contesti che chiedono intensità e pressing, oggi porta in Serie A una cifra tecnica riconoscibile. E un dubbio fertile: che cosa perdiamo quando rinunciamo al rischio? Lui una risposta l’ha già data, in campo, con quella verticalità che taglia il respiro agli avversari. La prossima volta che lo vedrete arretrare per ricevere, fateci caso: sceglierà il passaggio comodo o la linea che non c’era? In quel secondo, forse, si decide anche il suo futuro. E un pezzo del nostro modo di guardare il calcio.