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Miti a metà – Il ligure schivo che sfondava le reti: Felice Levratto

Levratto
Levratto

Per il suo 27esimo numero, la rubrica Miti a Metà compie un lungo balzo all’indietro nel tempo, negli anni leggendari e pionieristici tra le due Guerre per raccontare le gesta di uno dei calciatori italiani più forti della sua generazione, il cui nome e ricordo sono rimasti troppo spesso obliati nelle pieghe della memoria: Felice Levratto.

Virginio Felice Levratto nacque a Carcare, in provincia di Savona, il 26 ottobre del 1904. Mosse i primi passi da calciatore ancora giovanissimo, in una squadra (il Savoja Vado Ligure) di Vado Ligure,  cittadina del savonese in cui si era trasferito assieme alla famiglia. A 12 anni, siamo nel 1916, milita tra le fila della Lampos, compagine vadese di terza categoria, prima di firmare per il Vado Football Club -all’epoca militante in seconda divisione – nel 1918.

Con i rossoblu Levratto gioca cinque stagioni, fino al 1924: una nelle giovanili e quattro in prima squadra, fornendo un contributo decisivo allo storico successo in Coppa Italia nel 1922. Si trattava della prima edizione di quella che poi sarebbe diventata la Coppa Nazionale: un torneo ad inviti aperto a qualunque società avesse un campo da gioco recintato, dalla struttura e dall’andamento piuttosto contorti. Dopo cinque turni eliminatori, infarciti di ritiri e ripescaggi, il 17 giugno si sfidano, al Campo di Leo di Vado, i padroni di casa e l’Udinese. Dopo quasi 130′ senza reti, Levratto riceve palla e scarica un sinistro sotto l’incrocio dei pali della porta friulana; l’arbitro, Pasquinelli di Bologna, prima di convalidare l’1-0, dovette accertarsi che il pallone fosse effettivamente andato in gol: il tiro di Levratto aveva bucato la rete ed era uscito fuori. Nacque così la leggenda dello “Sfondareti“.

La Coppa originariamente consegnata al Vado fu requisita e fusa durante la Seconda Guerra Mondiale: il trofeo venne restituito al club ligure nel 1992, in occasione del 70° anniversario della finale contro l’Udinese, al termine di una gara amichevole disputata a Vado tra rossoblu e friulani. E’ attualmente esposta presso la Cassa di Risparmio della cittadina ligure.

Levratto Italia
Levratto in nazionale

Due anni più tardi, ai giochi Olimpici del 1924, Levratto (malgrado giochi ancora nell’equivalente di allora della nostra Serie B) fece il suo esordio in nazionale, il 25 maggio contro la Spagna. Nel match successivo, quattro giorni dopo, contro il Lussemburgo, si rese protagonista di un altro episodio che non farà che accrescere la fama del suo sinistro dinamitardo. A farne le spese fu il portiere avversario Etienne Bausch che venne centrato in pieno volto da un tiro e stramazzò al suolo, sanguinante. Per via della sua abitudine di tenere la lingua tra i denti, l’estremo difensore se n’era tranciato un pezzo. Ciononostante, fu costretto -dopo essere stato medicato alla meglio- a rientrare in campo, ma quando vide Levratto pararglisi nuovamente davanti preferì abbandonare i pali e tuffarsi dietro la rete. L’ala azzurra, divertito dalla scena, evitò di infierire segnando a porta vuota e il suo gesto gli valse il plauso della stampa d’oltralpe.

Chiusa la kermesse olimpica, Virginio Felice torna in Italia, lascia Vado Ligure e va a Verona, per giocare un anno con la maglia dell’Hellas. Nell’estate del 1925, Levratto è conteso da Genoa e Juventus: il richiamo del mare e della natìa Liguria è più forte di quello di Madama -anche se il giocatore aveva firmato due cartellini generando un affaire del tutto simile a quello che vide protagonista Virginio Rosetta– e, alla fine, il giocatore passa al Grifone, dove resterà per sette anni, fino al 1932, con l’invidiabile score di 84 gol in 188 gare disputate.

Nel 1928, nel corso delle Olimpiadi di Amsterdam, Levratto arricchì la personale galleria di aneddoti da “sfondareti”: il 4 giugno, contro la Spagna (seppellita 7-1), secondo le cronache dell’epoca, avrebbe scaraventato in porta due avversari prima di segnare. Verità o leggenda? Difficile dirlo, ma ci piace pensare che ci sia almeno una possibilità che sia andata veramente così. La parentesi azzurra si chiude nel dicembre del 1928 contro l’Uruguay, a soli 24 anni: una beffa per chi, come Levratto, alle Olimpiadi aveva giocato al fianco di futuri campioni del mondo (Meazza, Combi, Rosetta, Caligaris) per poi essere lasciato fuori dalla squadra che avrebbe vinto il mondiale casalingo del ’34.

In realtà, la carriera di questa poderosa ala sinistra si dipana tutta ai margini del successo: nel ’25 si trasferisce Genoa (campione d’Italia in carica e club più titolato dello Stivale), che di lì in poi non ritroverà mai più la vittoria di un titolo nazionale, rifiutando la Juventus, che nel giro di qualche anno avrebbe aperto il quinquennio record di Carlo Carcano. In Nazionale, invece, dopo il bronzo alle Olimpiadi del ’28, due sole ulteriori presenze che fissarono a 11 reti (in 28 apparizioni) il suo bottino in azzurro.

Svestito il rossoblu del Genoa, Levratto chiede e ottiene di accasarsi all’Inter (che nel frattempo è diventata Ambrosiana per la politica di “italianizzazione” tanto cara al regime) dove trascorre un biennio in cui insacca 25 reti distribuite in 63 presenze. Qui si apre la fase declinante della sua carriera: i due anni alla Lazio (solo 8 gol in 42 gare) sono segnati da una serie di infortuni che minano in maniera decisiva la sua forma fisica. Il ritorno a Savona (in Serie C) negli anni a cavallo dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale è una delle ultimissime tappe che precedono il ritiro del 1942. 

Gli ultimi anni da giocatore furono anche i primi da allenatore: sia a Savona che allo Stabia, Levratto si industriava come tuttofare (giocatore, allenatore, segretario, massaggiatore etc.); una volta appese le scarpette al chiodo, fece la spola tra la sua Savona e il profondo sud (Messina, Lecce) prima di ritrovarsi a vincere lo scudetto del ’56 con facendo da vice a Bernardini sulla panchina della Fiorentina. Forse anche per questo, qualche anno dopo, l’ala di Carcare venne citato in una canzone del Quartetto Cetra:

Il Cuneo (’62-’63) fu l’ultima squadra allenata da Levratto; Virginio Felice, o, se preferite, lo Sfondareti, morì a Carcare il 30 giugno del 1968, dopo alcuni giorni di deliquio (momenti di scarsa lucidità mentale). La sua memoria viene omaggiata da un torneo a lui intitolato già dal 1969 e soprattutto dalla iniziative dei suoi discendenti: nel 1997, la figlia maggiore Maria Angela, ha pubblicato un saggio (“Felice Levratto: storia di un mitico campione che sfondava le reti“) mentre un nipote ha organizzato, nel paese natale di Carcare una mostra fotografica alla Biblioteca Civica per il 110° anniversario della nascita. Così, la memoria del campione, ma anche dell’uomo, prototipo dell’atleta anti-eroe, schivo e profondamente legato alla sua terra, continuerà a resistere.

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