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Miti a metà – Quando un gol è per sempre: Joe Gaetjens

Per il suo 29esimo numero, la rubrica Miti a metà racconterà la vita e le gesta di Joe Gaetjens, passato alla storia per un unico gol, prima di diventare una delle vittime della longa manus armata del regime di Papa Doc.

Quella di Joseph Edouard “Joe” Gaetjens è una di quelle storie che con il calcio ha -relativamente- poco a che fare. Nato ad Haiti il 19 marzo del 1924, da una famiglia tutto sommato benestante ancorché in leggero declino, Joe è passato alla storia per il gol segnato contro l’Inghilterra ai mondiali brasiliani del 1950. Di quel tuffo di testa spericolato, a deviare il tiro cross di Walter Bahr, non esiste alcuna chiara ripresa filmata. Un solo fotogramma, dal retro della porta, immortala il portiere inglese Bert Williams, spiazzato e in ginocchio, mentre il pallone si insacca placidamente in rete.

Il gol di Gaetjens all'Inghilterra: il pallone rotola in rete sotto gli occhi di Alf Ramsey
Il gol di Gaetjens all’Inghilterra: il pallone rotola  spalle di Williams sotto gli occhi di Alf Ramsey

Mio padre sbucò apparentemente dal nulla e colpì il pallone di testa quel tanto che bastò a spiazzare il portiere inglese“: così descrive la dinamica dell’azione Leslie Gaetjens, il primo dei tre figli di Joe, in un’intervista rilasciata nel 2010*.

La gara, che ha ispirato prima un libro (“The miracle match” di Geoffrey Douglas) e poi un film  (“The game of their lives” prodotto nel 2005), è divenuta famosa come “Il miracolo su prato”, o “Il miracolo di Belo Horizonte“. Fu la prima, cocente, delusione patita dai maestri inglesi, allorquando questi decisero che i tempi erano oramai maturi per dimostrare al resto del mondo la propria superiorità in fatto di football. Fino ad allora, infatti, i “Maestri” d’oltremanica, si erano limitati a prestigiose amichevoli, declinando gli inviti della FIFA per le prime tre edizioni della Coppa Rimet, convinti che gli inventori del gioco non avessero bisogno di tornei e coppe “ufficiali” per essere riconosciuti come i migliori pedatori del globo.

In Brasile, la selezione guidata da Walter Winterbottom si presenta come una delle favorite, potendo contare su giocatori del calibro di Billy Wright, Tom Finney, Stan Mortensen e Alf Ramsey (futuro ct dell’Inghilterra campione del mondo nel 1966), oltre al leggendario Stanley Matthews. Sulla carta, soprattutto quella della stampa di casa, la Nazionale dei Tre Leoni è una delle principali pretendenti alla vittoria finale. Il girone con Cile, USA e Spagna -affrontate in quest’ordine- viene considerato alla stregua di una pura e semplice formalità.

Dopo il 2-0 rifilato agli andini, il 29 giugno, alle ore 15.00, gli inglesi hanno in programma la sfida contro gli Stati Uniti a Belo Horizonte. La nazionale a stelle e strisce è composta per lo più da semiprofessionisti (per non dire dilettanti). In squadra c’è un professore di liceo (il capitano Bahr), un operaio (Di Orio, una riserva) e uno studente universitario, Joe Gaetjens. Quest’ultimo è in campo per una serie di circostanze del tutto particolari: è arrivato a New York nel 1947 grazie ad una borsa di studio per la Columbia Univesity (dove studia ragioneria); per pagarsi gli studi, lavora come lavapiatti nel locale del proprietario del Brookhattan, la squadra newyorkese in cui giocherà dal ’47 al ’50, conquistando il titolo di capocannoniere nel 1949/50.  L’haitiano frattanto ha presentato domanda per l’ottenimento della cittadinanza americana: tanto basta per essere arruolabile nella nazionale maggiore, allenata dallo scozzese Bill Jeffrey. All’epoca, infatti, la FIFA, date le condizioni eccezionali in cui si sarebbe disputato il primo mondiale del secondo dopoguerra, rimise alle federazioni nazionali la scelta dei criteri di elegibilità dei calciatori: gli USA decisero che bastava voler ottenere la cittadinanza per andare in nazionale. Così Gaetjens, di fatti da straniero più che da oriundo, come Maca (belga) e McIlvenny (scozzese) poté rappresentare gli Stati Uniti senza essere (né diventarne mai) cittadino a tutti gli effetti.

Quel 29 giugno, a Belo Horizonte, tutti pronosticano un ruolo da sparring partner per i misconosciuti statunitensi, la cui vittoria viene quotata nientemeno che 500 a 1. “Siamo una pecora destinata al macello” ammise lo stesso Jeffrey alla vigilia della sfida. Eppure, dopo mezz’ora abbondante, il punteggio è ancora fermo sullo 0-0. Frenati (anche) dall’afa, gli inglesi non riescono a sfondare. Al 38′ Gaetjens la sblocca: il pubblico brasiliano è in delirio. I Maestri sono sotto, e il risultato non cambierà più, grazie anche alle parate di Frank Borghi, un ex giocatore di baseball passato al calcio senza saper toccare il pallone coi piedi (per questo giocava in porta e non batteva neanche i rinvii dal fondo).

Joe Gaetjens portato in trionfo dopo la vittoria contro l'Inghilterra
Joe Gaetjens portato in trionfo dopo la vittoria contro l’Inghilterra

Il risultato finale è talmente clamoroso che in Inghilterra si stenta a crederci: l’unico cronista britannico presente a bordo campo (che assegna erroneamente il gol vittoria ad Ed Souza) comunica il risultato esatto (1-0) ma, date le premesse della vigilia, si pensa ad un errore di trascrizione e i giornali danno alle stampe risultati ritenuti più consoni, tipo 10-0 o 10-1. Gli inglesi perderanno anche contro la Spagna e saluteranno il mondiale; gli USA faranno altrettanto dopo il ko contro il Cile.

Dopo l’exploit in terra carioca, Gaetjens si trasferisce in Francia, dove gioca fino al 1954 prima con il Racing Club di Parigi e poi con l’Arles. Tornato in patria, torna all’Etoile Haitienne, la squadra in cui aveva iniziato a giocare a 14 anni, prima che un infortunio lo costringa al ritiro. L’anno prima era arrivato anche l’esordio con la nazionale Haitiana, contro il Messico, il 27 dicembre 1953. Smessi i panni da giocatore, Gaetjens si dedica all’imprenditoria e apre un’impresa di pulitura a secco.

E’ il 1957. Francois “Papa DocDuvalier, vince le elezioni (probabilmente con l’aiuto decisivo dell’esercito) e diviene presidente di Haiti. Si apre così una delle fasi più cruente della storia della penisola caraibica: Duvalier instaura ben presto una feroce dittatura militare e il 7 giugno 1964, si dichiara presidente a vita. Il giorno dopo, partono i rastrellamenti contro i nemici politici del regime. Tra questi ci sono anche Jean e Freddy Gaetjens, fratelli di Joe (di per sé avulso dalle vicende politiche del paese), accusati di essere scappati a Porto Rico per organizzare una congiura contro il regime di Papa Doc. L’intera famiglia, quindi, anche per via della parentela con Louis Déjoie (lo sfidante di Duvalier alle elezioni del 1957), viene inserita nella lista nera dei nemici del governo: l’8 giugno 1964, Joe Gaetjens viene rapito da due agenti della Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale, meglio noti come Tonton Macoutes, dal nome dell'”uomo nero” del folklore locale.

François "Papa Doc" Duvalier
François “Papa Doc” Duvalier

Gli mandarono due Tonton Macoutes presso una delle sue lavanderie. Quando si avvicinò, lo fecero salire sul retro di un auto con una pistola puntata alla tempia e sparì” – spiega Leslie Gaetjens nella già citata intervista del 2010. La moglie di Joe,  Lilian Defay, fece di tutto per rintracciarlo, ma riuscì solo a sapere che suo marito era stato portato a Forte Dimanche, un carcere detentivo sito nei bassi fondi di Port-au-Prince, tristemente noto per le vittime (circa 3000) che vi persero la vita tra torture, inedia e malattie. Nel 1966, i Gaetjens, lasciarono Haiti e scapparono a Porto Rico; la conferma ufficiale della morte di Joe venne data loro solo nel 1972, l’anno dopo la morte di Duvalier.

Quella di Joe Gaetjens, invece, è ancora avvolta nel mistero; le due versioni maggiormente accreditate collimano su un dettaglio: a fucilare l’ex calciatore fu Papa Doc in persona. Secondo alcuni, tra cui il figlio maggiore Leslie -che dichiara di possedere un documento della CIA che conferma la presenza di entrambi all’interno della prigione la notte dell’8 giugno- Gaetjens fu giustiziato il giorno stesso in cui venne rapito; secondo altri, pochi giorni più tardi. Il corpo, però, non verrà mai ritrovato. Per di più, non esistono versioni ufficiali e molti degli ex gerarchi di Duvalier hanno rifiutato di farsi intervistare a riguardo.
Il mistero permane, intatto così come l’alone leggendario, romantico e tragico al contempo, che avvolge il nome di Joe Gatjens, il fautore del “Miracolo di Belo Horizonte”, vittima inerme di una spietata tirannia.

*I virgolettati accreditati a Leslie Gaetjens sono tratti dal reportage realizzato nel 2010 da Todd Baer (“Misterious fate of a World Cup hero”) per aljazeera.com

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